347 – Paolo Graziani

“L’uomo, il mito, la realtà”

 

Dal 10 al 27 Novembre 2002

Orario: Feriali: 21/23; Festivi: 10,30/12,30 – 17/19 (chiuso lun.)

L ‘uomo, il mito, la realtà

Il considerare la destinazione umana implica un cammino a ritroso: c’è in effetti un continuo richiamo tra aspetto iniziale (il problema delle origini) e il senso del futuro; il percorso indicato dalle opere di Paolo Graziani si snoda tra questi due poli.
La rilettura della classicità è una costante che riappare in diversi quadri. Il classico significa riappropriarsi di un’ armonia che non esiste più o forse non è mai esistita. In alcune opere si denota come la classicità contemplata porti naturalmente alla metafisica.
Per quanto riguarda i progenitori Adamo ed Eva, il loro camminare nell’ Eden, esprime la familiarità con cui essi si muovono e agiscono in Paradiso, è però interessante notare come qui, a differenza degli altri quadri in cui compaiono l’uomo e la donna, non ci sia nessun tipo di azione veramente comune; dove avevamo visto la contemplazione della classicità, vediamo, invece, la presenza del serpente, con i suoi risvolti inquietanti.
Il tema del peccato ci porta a considerare anche l’ affresco che Paolo Graziani ha fatto nella chiesa di San Rocco a Larciano: lì al centro dell’ abside si trova il Cristo Pantocratore, ai lati si vedono due situazioni tra loro opposte: alla destra del Cristo, l’ immagine del peccato con le figure di Adamo ed Eva e, alla sinistra del Pantocratore, l’ Annunciazione. Se queste due scene sono opposte che cosa si trovi all’ origine di questi contrari lo possiamo osservare nei volti dei personaggi: da una parte, Adamo ed Eva i cui sguardi non s’incontrano, in cui è evidente un problema di comunicazione; dall’ altra parte, l’ angelo che dà l’ annuncio a Maria, in cui si osserva la perfetta accoglienza di quel messaggio. Questa disponibilità si manifesta nella luminosità del volto della Madonna. Da questo si può comprendere come per Graziani il tema della comunicazione sia una delle linee interpretative principali. La stessa figura di Prometeo rende conto dell’importanza del comunicare: la solitudine dell’ eroe umano incatenato alla roccia, incatenato alle torri, esemplifica in termini evidenti il significato della solitudine umana. L’anelito di libertà assoluta che l’uomo ha in se, la liberazione dalle catene come dimensione esistenziale della natura umana si scontra costantemente con la realtà, con le catene che realmente esistono.
L’artista pare porsi la domanda del perché esistano queste catene. Per Prometeo sono una punizione, per Adamo ed Eva sono un limite che in prima battuta sembra imposto da Dio che vuole salvaguardare la sua signoria, chiuso nella sua perfezione. Come pare ben illustrare l’opera di Graziani “Momento di quiete a Spalato”, le catene ci sono sempre anche all’interno di un ambiente dove la linearità geometrica, filtrata attraverso l’ ideale metafisico, pare escluderle a priori.
Che cosa siano le catene per l’ artista lo possiamo complessivamente esplicitare con il senso del limite, con il senso della realtà. Dire uomo significa essenzialmente parlare di un limite (si veda l’opera “Prometeo”): il pretendere di salire troppo in alto inevitabilmente conduce ad una caduta; penetrare il cielo è sì un desiderio per certi versi capibile, ma deve rimanere tale. Preso coscienza del limite e della sua realtà, allora deve esser riconsiderato anche il concetto di libertà: ha un senso parlare di una liberazione assoluta? Il “Prometeo incatenato” e “La caduta” mi sembra rispondano negativamente a questa domanda: una libertà assoluta per 1 ‘uomo non esiste, ci sono le catene. L’uomo si deve sempre porre alla ricerca di una libertà condizionata quindi non alla ricerca di una libertà assoluta ma di una “libertà per qualcosa”. Il destino umano non è ricercare cose esterne ma dentro di se, è compito dell’uomo ricercare nei meandri dell’inconscio (vedi “La ricerca del fiore perduto”), immergersi nell’ acqua simbolo di quella parte dell’ essere che ci è più oscura. Il guardare il passato con i suoi miti (“La coppia” e “Uomo e donna”) come la psicanalisi ci insegna, è un guardare noi stessi: smitizzare significa analizzare noi, rendendoci conto della realtà per relazionarsi agli altri. Nell’opera “L’incontro” si trova quello che per Graziani è il senso della realtà: l’uomo,al di là del mito, deve misurarsi ma direi anche esser misurato dalla realtà.
Che cosa è più reale di un incontro, di uno sguardo?

Giovanni Vezzosi

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