350 – Laura Zanobini

“il graffio, il segno”

 

Il graffio, il segno

Dal 2 al 19 febbraio 2003

Orario: Lun-Ven 21.00-23.00 Dom 10.30-12.30, 17.00-19.00

…Siamo entrati nello studio di Laura Zanobini che, dopo una lunga e sofferta pausa -la sua ultima personale risale al 1994 alla galleria “La Spirale” a Prato- si accinge a confrontarsi nuovamente con un pubblico.
Questa sua “apparizione”, con una mostra personale nel terzo millennio, comporta un fondamentale confronto anche con se stessa, per le inevitabili trasformazioni ed arricchimenti avvenuti in questi ultimi anni sul piano esistenziale privato e, di conseguenza, anche su quello artistico, indotti, se non altro, dai macroscopici e continui sconvolgimenti epocali che non possono non riflettersi ed influenzare la sensibilità di un artista.
Ben sappiamo, infatti, che esporre significa fare prima di tutto un serio e talvolta spietato bilancio del proprio lavoro, ma significa anche e sempre “esporsi” agli altri, contestualizzandosi.
Con l’ attenzione che compete doverosamente a chi, invitato a farlo, voglia accingersi a mettere su carta qualche riflessione sull’opera di un’artista, ho visionato con interesse e curiosità le opere che L.Z. mi mostrava, cercando e trovando conferme all’opinione che mi ero fatto già, rispetto alla parte del suo lavoro che già conoscevo.
Ho sfogliato così numerose carte impresse, rigorosamente Goya o delle Cartiere Magnani, talvolta impreziosite da fondini preparati ad amido in carta “India”, ancora odoranti di torchio, che L.Z. mi presenta con la passione e con l’emozione di chi sta per sottoporsi ad un qualche esame. Di esame non si tratta, bensì una occasione di soddisfazione e complicità estetica nel condividere il lavoro di una collega artista.
Laura mi è, infatti, collega e per di più stimata, come pochi possono esserlo in un coacervo di umanità quale è l’ Accademia, dove spesso la stima apparente maschera invidie profonde, dove i silenzi risuonano di pensieri vuoti o dove coltelli e frecce partono continuamente, talvolta ritorcendosi su chi li arma, producendo, quantomeno, tristi dispendi di energie, deleteri in un ambiente, quello della scuola artistica, dove ogni risorsa dovrebbe essere votata esclusivamente al “fare artistico” e al suo insegnamento.
Proprio questo suo fare da “persona quieta”, dalla “pacata maturità”, unito ad “una buona dose di modestia” che veniva avvertito già da Renzo Federici quando la presentava a Firenze, nel Novembre del 1987 , in una sua importante mostra nello spazio espositivo de “11 Punto” le ha consentito di preservare, difendendole dalla “frontiera defatigante” della scuola e non solo da questa, tutte quelle belle energie creative che, pur nell’ obbligato tormento dell’essere, riesce a trasfondere pienamente nella sua opera grafica.
La penna arguta e talvolta graffiante, quella di Federici -chi scrive lo ha ben conosciuto- lontana dai toni adulatori e di convenienza che oggi troppo spesso contraddistinguono le prolusioni dotte di critici persino prezzolati, ha intuito come, in L.Z., anche una connaturata ” tensione della scoperta, la sorpresa e il fervore dell’esperienza vissuta a caldo, con trepidazione e gratitudine” potevano sancire già un suo modo equilibrato, ma incisivo, di presentarsi.
Anche in questo caso L.Z., selezionando “opere di diversi momenti, anche di esperimento o di saggio, mai però di routine”, ha ordinato una mostra che “non straripa”, privilegiando il tema forte della figura umana, del ritratto, confermando questo suo modo di lavorare con apprezzabile “misura che la trattiene ogni volta dallo strafare” o dal perseguire risultati più facili piuttosto indulgenti all’enfasi virtuosistica od alla piacevolezza esteriore, che pure potrebbe pienamente soddisfare per la padronanza dei mezzi tecnici di cui dispone.
Appartengono, infatti, a Laura Zanobini tutti i mezzi dell’arte grafica, ben appresi nei vari tirocini, dalla frequentazione del corso curriculare di Incisione di Manfredi, all’Accademia di Firenze, agli approfondimenti in calcografia e litografia presso la Scuola Internazionale di Grafica del Bisonte, con Gustavo Giulietti e Domenico Viggiano. E con questi mezzi, difficili e straordinari allo stesso tempo -spaziando con libertà e disinvoltura dalla calcografia alla litografia, toccando tutte le corde dell’incisione- dalla più pura acquaforte e puntasecca, sino alla più pittorica ceramolle- L.Z. ha realizzato i temi che presenta in questa mostra, in una selezione necessaria e maturata.
E giunto il momento, concludendo, di dire qualcosa che fa veramente onore a Laura.
Ormai chi legge ha capito che io stimo il suo lavoro per tutti i motivi che ho esposto e per altri che potrò dire in seguito, in altra occasione. Ebbene, Laura continuamente, in modo addirittura parossistico, cita con passione il suo apprendistato, perché così lo definisce, con Alberto Manfredi, il suo grande e indimenticato maestro di incisione, e con i due Trovarelli, Sanzio che le ha impresso indelebilmente il destino del disegno e Goffredo che l’ha iniziata ai segreti del bel dipingere e ad essi l’ha affascinata per sempre. Li ama e così li onora continuamente inserendoli in ogni possibile discorso sconcertando dapprima chi la conosce da poco. Taluno potrebbe insinuare che questo atteggiamento le deriva da insicurezza; io dico, invece, che la sua gratitudine verso i suoi maestri, scomparsi e viventi, le viene dalla sua grande onestà e generosità.
L.Z. può vantarsi di appartenere a quella categoria di persone -studiosi, ricercatori e maggiormente artisti- che citando e riconoscendo sempre le proprie fonti e radici, dichiarano di non voler vivere in modo parassitario, appropriandosi del sapere delle invenzioni altrui spacciandole per proprie. Se non altro per dimostrare, almeno, la preoccupazione di mettere a buon frutto quanto studiato e appreso, soprattutto dai propri maestri. E nominando continuamente Goffredo Trovarelli rivela quella sua sottile nostalgia per la pittura che le manca. Le manca in modo così prepotente, ma -poiché ella sa bene che non si possono servire due padroni- ella ha scelto da tempo il difficile campo della grafica. Non reprimendo per fortuna questa sua vocazione di pittrice trasferisce nella grafica molti significati e valori pittorici e cromatici.
A confermare questo bisogno, non mancano, nel suo vasto repertorio tecnico, esemplari di calcografia policroma, a più lastre, o esperimenti di monotipi, tipicamente pittorici nel significato classico della composizione e del genere. Ella trasfonde la sua “mancata” pittura nella grafica uscendo alla fine e comunque artista vera e completa caratterizzata pure da una trasparente caparbietà che non è ostinazione ma volontà del fare continuamente alimentata dal profondo.

Firenze, 12 gennaio 2003
Riccardo Saldarelli

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