351 – Paolo Vannini

“Nature e Natura”

 

Dal 23 febbraio al 12 marzo 2003

Orario: Lun-Ven 21.00-23.00 Dom 10.30-12.30, 17.00-19.00

Paolo Vannini presenta la produzione degli ultimi cinque anni, produzione che risulta la sostanziale conferma della coerenza di una ricerca per molti aspetti intensamente polemica e pertanto rara.
Ed è polemica per la formazione stessa di Vannini, con la fedele e attenta frequentazione di un maestro come Hans-Joachim Staude, personalità schiva, lontana dalle oscillazioni del gusto come dai flussi e riflussi del mercato, conoscitore di prima mano delle esperienze delle avanguardie storiche a livello europeo ed in particolare dell’espressionismo. La scelta stessa di Staude per il soggiorno toscano andrebbe meditata come rivelatrice della forza delle radici di questa terra in quanto fondamento della civiltà europea.
Al di là delle potenzialità culturali ancora pregnanti nel dialogo con il vero di natura – che peraltro proprio Vannini riorganizza con la luce ed il colore alla scoperta dell’emergere di una visionarietà intimamente connessa al proprio vissuto, ricostruendo immagini arbitrarie, a propria misura – si rivendica la lettura dell’opera dell’uomo che nel collocare nel tempo, ossia nella storia, nello spazio, ossia nel territorio, assume il ruolo di misura di tutte le cose.
Vannini sviluppa un confronto a distanza, imponendo il fare pittura apparentemente più tradizionale – ma anche il più lontano dal rischio del bluff chiacchierologico e dalle elucubrazioni del managerialismo critico – con i temi classici del paesaggio e della natura morta. Ne nasce così l’approccio sentimentale con l’impaginarsi dei volumi intessuti con liquide pennellate che effondono un cromatismo raffinato – capace di ricordare le eleganze di certo Settecento francese come le fantasie di Scipione – quanto sensibile ed attento a non cadere nel virtuosismo e capace di testimoniare la freschezza inventiva nella velocità esecutiva.
L’energia del farsi è però sempre interiormente controllata dall’equilibrio compositivo che non solo si assesta in risultati di felice classicità, frutto di una maturità acquisita nella pratica, soprattutto mentale, del disegno, ma che definisce una drammaturgia della percezione nel rapporto degli oggetti tra loro e nel reagire alla luce negli impasti di acrilico, funzionale, appunto, alla tecnica prescelta. Si intende così la tensione nella restituzione di quei paesaggi dell’anima e della memoria, colti d’improvviso che esplodono nella visitazione dei luoghi periclitanti della bellezza, dell’equilibrio, delle radici della dimensione di un vivere che non esclude la meditazione, il riflettere, la pausa e il volo del fantasticare.
La ricchezza dell’indagine compositiva nelle nature morte, architettonicamente assestate, trova nel fascino del colore e nell’indagare della luce, una vita che si organizza come su un palcoscenico. Le vicende si identificano con memorie ripescate o suggerite negli oggetti e dagli oggetti, eleganti campiture di colore, griglie di pensieri, mentre fiori o foglie animano ricordi. Talvolta accanto alle superfici geometriche dei cilindri esplodono le curve rotte dalle ombre improvvise delle foglie. I pretesti per comunicare la presenza dell’inquietudine ed i percorsi della nostalgia si fondono con le qualità pittoriche.
Quello di Vannini però non è abbandono e compiacimento per la contemplazione, è anche un fermo richiamo, nel suo salvare l’immagine del paesaggio del Salviatino, Ponte a Mensola, Coverciano, ultima porta di Firenze percepibile nel proprio destino, contro i rampanti processi di bruttificazione ostentata e selvaggia frutto di speculazioni di miope e bruta rapina neppure occhiuta come quella citata dal Giusti.
Vannini si muove nell’ambito di una tradizione “toscana” che non è ristretta a certo Novecento o a Soffici o al più a Rosai, troppo spesso pretesa a pretesto e schermo alI’ esangue facilità di autodidatti compiaciuti di casali, polli e pagliai domenicali, ma che ha preso coscienza anche della solidità della sperimentazione e del superamento della figurazione propria di Firenze avviata con l’opera di maestri di caratura tutta europea come Alberto Magnelli. Considerando la ricchezza del “sommerso” artistico fiorentino si può meglio cogliere il contributo di Paolo Vannini, la sua vena poetica ed il suo segno. È la densità arcaica dell’epos che le folte pennellate e i colori di una tavolozza emblematicamente consolidata in gamme ricche di soluzioni personalissime evoca, sorta di Sehnsucht, e poderosamente rinvia al mito, che ne invoca la forza per affrontare il percorso dell’esistere. È questo il centro della poetica di Vannini: la concretezza di un agire gioiosamente meditato senza la necessità di supporti di pseudomanifesti del nuovo umanesimo, perchè la sua è pittura di continuità d’impegno nel cogliere l’ armonia tra umani e natura.
La frammentazione dell’io viene risolta nella produzione, nell’indagine intuita dagli impressionisti, dalla trasformazione delle forme e degli oggetti nel variare della luce esacerbata nelle soluzioni cubiste e così divenuta affermazione dell’inizio e liberazione, al tempo stesso dei linguaggi, manifesto, questo sì, di una rivoluzione estetica che attende ancora l’adeguato e decisivo sviluppo in quella della società.
La ricerca della più efficace restituzione del confronto tra “i moti dell’ animo” e l’altro da se, è diventata la soglia che dall’effimero conduce alla realtà e alla verità, tutta interiore, dell’arbitrarietà della percezione individuale di quel momento.
Fruga e si dipana nei sentieri che cercano la via di fuga di Firenze, tra Fiesole e Settignano, rifugio di quell’assunto utopico che può salvare questo pianeta, la consapevolezza della centralità di un umanesimo vero, vivo, operante, il fermo impegno di lotta di Paolo Vannini, custode di sogni in forma di albe e tramonti come dei percorsi monumentali delle drammaturgie in natura morta.
L’ opera di Paolo Vannini, di vibranti analogie e strutturati ritmi definiti dallo scivolare dei pennelli come fugace mormorio del vento, ci ammonisce del prezioso, fragilissimo, segreto di luoghi di incanto testimoni delle origini di civiltà, prima che le ninfe fuggano senza lasciare indirizzi, prima che la notte sia soffocata da bottiglie e lattine vuote, carta oleata e mozziconi di sigarette, prima che i cartelloni pubblicitari accechino l’orizzonte, prima che il lezzo del veicolare ammorbi il profumo della primavera, e certo rumore, definito promozionalmente musica, strillante da radio e televisioni si riveli la colonna sonora della fine del mondo.
L’incognita contratta delle apparenze, la poesia, non può franare evaporando le ombre dentro gli orizzonti delle stagioni della nostra vita, sappiamo d’aver lavorato con essa, per il futuro delle generazioni.
Ed è nel persistente percorso della pittura, con tecniche che dal presente sanno recuperare l’antico, che Paolo Vannini evidenzia le ragioni del ruolo della civiltà toscana dimostrandone, forse con sprezzatura, la profondità di implicazioni, autenticamente creative, che vi si embricano.

Ugo Barlozzetti

Alla vigilia di tempi e ordini nuovi
Firenze, 21 gennaio 2003

Lascia una risposta