352 – Francesco Mariani

Riflessi in un occhio d’oro

 

Inaugurazione domenica 16 marzo ore 10:30

Dal 16 marzo al 6 aprile

Orario: Lun-Ven 21.00-23.00 Dom 10.30-12.30, 17.00-19.00

Francesco Mariani dispone figure e cose in un microcosmo familiare dalle singolari fattezze mitografiche: un uomo e una donna, col loro figlio fanciullo, sono Adamo ed Eva che, assistiti da un piccolo Abele nelle forme di un genietto alato, consumano il rito primordiale della generazione. Intorno non c’è però un paesaggio da inizio del mondo, ma quello quotidiano di un interno rustico, con un parquet, uno specchio con l’immaginetta di Cupido, una candela, delle monete, oggetti che convivono straniti con una luna e un nudo femminile con maschera: oppure, quello più sontuoso di una grande vasca, dove il fanciullo osserva il padre in acque trasparenti tra papaveri, prismi, riflessi di un astro precipitante dalla finestra spalancata. Quest’ultimo dipinto, La piscina di Vertumno, fa trittico con altri due quadri, II bagno di Vertumno e L’abbandono di Pomona, ancora con la presenza ossessiva dei papaveri e delle finestre spalancate: una mitologia personale immersa nel sogno manierista (per l’evidente rinvio al Pontormo) di colori violenti e acidi, che bloccano le figure in una fissità da idoli primitivi, con occhi dilatati e imbambolate legnosità di forme. Anche quando rinuncia al nucleo familiare visto come luogo archetipico della generazione, Mariani colloca le sue proiezioni narcisistiche (nudi solitari distesi e atteggiati) all’interno di rustici montani (vedi La baita) minacciati da astri precipitanti che invadono finestre invariabilmente spalancate su neri abissi.
La singolare combinazione tra una baita e lo sfondato di un’astronave perduta nell’infinito conferma l’ansia di Mariani per una traduzione automitografica e fantastica di un quotidiano per altro scarno e brullo come gli interni rustici che predilige: sono semmai i colori, volutamente eccessivi e aggressivi (sempre sulle dominanti del rosso, del viola e del giallo), a imporre alla rusticità una luce violenta che la proietta nell’atmosfera oppiacea (appunto, il ritornante simbolo dei papaveri) di sonni sprofondanti, di amplessi primordiali, magari felicemente contraddetti da contingenze quotidiane (il puer mingens nella vasca di Il giorno e la notte) impreziosite da foglie e petali, stelle e fonte estranianti e decadenti. Un autobiografismo alluso, fatto anche di identificazioni esotiche: come in Il principe Hâmid, dove il riferimento alla struggente storia di amore e morte de Il Mirto e la Rosa viene segnato dalla presenza ingombrante di una tigre e di un sole rosso sangue, come a distogliere da ogni tentazione di intenerimento.
La maniera di Francesco Mariani è un misto di ingenuo primitivismo e di sofisticato espressionismo, di crudezze e squisitezze, dove l’estro naif cerca una sorta di far grande per farsi allegoria, simbolo, emblema.
Mito biblico e rito classico, esterrefatta contemplazione astrale, dimensione onirica, estraniamento del quotidiano alludono, comunque, ad un paesaggio mentale desolato: la solitudine della montagna e il silenzio dei cieli neri avvolgono gli interni con una tenebra che ne ritaglia la luce, invariabilmente accecante, con una nettezza cruda e calcinata. Certe scelte situazionali (la crocifissione, il bagno, il battesimo, il sonno) delineano alcune polarità elementari in cui sceneggiare la predilezione per condizioni estreme e altamente emotive: esemplare in tal senso Seppellirai il mio cuore a…, col cuore grondante sangue su una luna esplosa nel cielo nero. È un palese emblema, una cifra simbolica elementare e selvaggia, come i colori che la contrassegnano. Mariani ha sicuramente ripreso dal suo maestro, Piero Nincheri, tutto un immaginario simbolico fatto di quotidianità trasmutata in alchimie oniriche: di suo vi ha immesso colori freddi e sgargianti al tempo stesso, un fare esuberante che giustappone le cose piuttosto che fonderle con un passo più fluido, come se gli premesse una addizione impressionante di cose ed emozioni piuttosto che una loro organica coniugazione.
C’è, insomma, un’ansia di comunicazione sommaria e impressiva, che taglia corto con le sfumature e le sottigliezze, per un’immediata traduzione di emozioni forti ed essenziali. In passato si è provato felicemente con fondi uniformemente scuri su cui stagliare lune apocalittiche e nudi abbandonati: ora il suo impeto a comunicare ha indotto Mariani a prediligere evidenze marcate e nettamente delineate, per l’urgenza che hanno certe sue proiezioni mitografiche (incentrate sul nucleo familiare come luogo eletto di emozioni radicali e archetipiche) di tradursi in immagini. Insomma la mai dimessa tentazione a ricercare ovunque cifre simboliche (anche qui secondo il dettame del maestro Nincheri, quello di introdurre oggetti-cifre accanto ai nudi a evidenziarne il senso segreto) non va a discapito di una programmatica, addirittura didascalica volontà di arrivare con un messaggio forte e caldo di affetti e sogni. Il nucleo significante che irraggia senso a queste opere è certo una chiusa circolarità tra erotismo e morte: il Genio fanciullo è una promessa di vita minacciata da catastrofi planetarie, l’amplesso genitoriale rappresenta il tempo della vita nel gorgo nero dell’apocalisse. Innocenza e lutto si dispiegano comunque in colori vividissimi, come se la loro radicalità assicurasse un qualche superstite vitalismo nell’orgia mortuaria. Il messaggio di Francesco Mariani, grazie proprio all’ossessività di pochi ma radicati simboli di vitalità, è tutto sommato quello di una permanenza nell’abisso dell’efferatezza e dell’orrore: un lutto dai colori sgargianti, una morte che si ammanta di porpora, un inferno popolato di corpi bellissimi, un sonno abitato da incubi fioriti e sprofondanti.

Marco Ariani

16 marzo 6 aprile 2003
Inaugurazione domenica 16 marzo ore 10:30

…La determinazione di Francesco ha permesso al giovane artista di percorrere con coerenza la strada che si era prefissato, studiare la figura umana in modo da comprenderla appieno e piegarla a rappresentare i propri sentimenti. Ciò in un periodo durante il quale privilegiare il linguaggio figurativo voleva dire rimanere appartati dagli ‘eventi’ artistici di stampo intellettuale.
Le figure dipinte dal nostro, dapprima più sommarie, che si stagliavano dal fondo scuro delle notti e dei crepuscoli, si sono mano a mano affinate e accese di luce. Ai modelli-ragazzi dai tratti spiccatamente autobiografici, si sono affiancate figure femminili e il corpo nudo del figlioletto. La resa degli animali, dei fiori e degli oggetti, abitanti del complicato mondo simbolico dell’artista, si è perfezionata a tal punto da ricordare episodi di iperrealismo. Ma l’entusiasmo di Francesco non si è affievolito, la voglia di cercare e sperimentare è ancora viva.
Scrivere per un amico non è cosa facile. L’ emozione provocata dalla pittura viene confusa dalla conoscenza della persona, ma talvolta l’impegno imprevisto può far emergere aspetti di solito celati dalla consuetudine.

Dicembre 2002 Rita Romanelli

Francesco Mariani nasce a Calenzano (Firenze) nel l 956, ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte per la ceramica di Sesto Fiorentino ( Fi), vive e lavora a Sesto Fiorentino. Il catalogo, con scritti di Marco Ariani e Roberto Parenti, sarà disponibile allo spazio delle arti “La Soffitta” all’inaugurazione e nel corso della mostra.

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