353 – Massimo Cantini

“Vestigia di ieri e giardini di oggi”

 

Dal 7 al 23 Dicembre 2003

Orario: Lun-Ven 21.00-23.00 Dom 10.30-12.30, 17.00-19.00

Cartella affascinante, cartella ispirata da manieri, angeloi, pievi, torri, porte et similia, più un celebre ponte mediceo. Unite dal titolo Castel Sant’Angelo, sono le immagini di realtà individuabili in “un centro ritrovato alle porte di Firenze”; sono immagini riguardanti edifici e costruzioni “de jadis” ma sicuramente storici – che Cantini da par suo, da artista qual’è, ha raffigurato ricorrendo alla tecnica della litografia a colori. Si noti inoltre che mentre manieri può sostituirsi con il meno pomposo castelli, il termine angeloi (messaggeri), ovvero angeli, vuol qui a mò di sineddoche significare una parte per il tutto: cioè chiese nelle quali se anche di essi non figurassero le devozionali effigi, ne aleggerebbe in ogni caso lo spirito ambasciatorio e protettivo. E poi il nucleo “primevo” di Pontassieve si chiamò o no Castello di S. Michele Arcangelo, successivamente abbreviato in Castel Sant’Angelo?
Da par suo, ho appena vergato. Sì, perchè in Massimo Cantini pittura e grafica (che è un modo espressivo a se stante, non un mero epifenomeno, non una sorellina della prima) hanno grande rigore, specie d’ordine disegnativi, come si addice a chi conserva il culto di un nobile retaggio toscano. (Aggiungo, tra parentesi, che per quanto in Pontassieve si riferisce all’organizzazione e la responsabilità di alcune pubbliche, comunali manifestazioni d’arte contemporanea – mostre di pittura e sopratutto di scultura – Cantini è una sorta di numen loci, senza che questo riconoscimento lo faccia insuperbire, al contrario.)
Torniamo a bomba. Per affermare che da anni egli non deflette da un suo (iper)realismo, peraltro con venature simbolistiche, il quale non è affatto una copia pedissequa del vero, ne, tanto meno, imitazione di transoceanici modelli. La sua è quella che con un vocabolo francamente un pò vieto, ormai, si dice una cifra (può valere anche il francesismo griffe), ossia una maniera personale di esprimersi, di realizzare oggetti e cose. D’altronde Cantini è passato indenne (pur se non proprio del tutto, perchè ognuno è figlio del suo tempo) fra le sirene che, oggi più di ieri, cercano di adescare gli artisti, e non soltanto loro, con mode di successo e di buon lucro, le quali continuano a susseguirsi con ritmo frenetico, accompagnate, spesso, da magiche parolette straniere (meglio se americane) che hanno il compito di etichettare, “nobilitandole”, questa e/o quella “rivisitazione” del passato, remoto e/o prossimo.
Mi va dunque di ripetere qui (“repetita iuvant”, o no?) che il cinquantenne Massimo non soggiace, o non soggiace più, alla fregola dell’”up-to-date” (un tempo ”à la page”) e non ha bisogno di quei “sincretismi” che giustificano un estemporaneo accaparramento, nel nome di una cultura autre, di dati estranei alla nostra civiltà.
Prima di firmare il mio intervento riosservo il contenuto, queste litografie che sono indice di una solida cultura non importata, e mi dichiaro compiaciuto per il fatto che con sapienza, con freschezza d’immagini e vivezza di colori, l’amico (da un pezzo) Massimo Cantini abbia saputo evitare il pericolo dell’illustrazione, peggio, dell’oleografia turistica. Da “par suo”: l’ho già scritto sopra, e due volte.

Dino Pasquali

Firenze, settembre 2002

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