355 – Gian Carlo Marini

“Sogni miti chimere”

 

Dall’ 8 febbraio al 3 marzo 2004

Orario: Lun-Ven 21.00-23.00 Dom 10.30-12.30, 17.00-19.00

Quando Gian Carlo Marini mi ha chiesto di scrivere una prefazione per il catalogo della sua più recente mostra, quella che qui si presenta, sono rimasto alquanto perplesso: non sono, infatti, uno storico dell’arte ne, tanto meno, un critico ed Egli ben sa, per lunga consuetudine, del mio essere del tutto privo di senso estetico. Su tale punto torneremo, tuttavia, al termine di questo breve intervento.
Conosco Gian Carlo da oltre venticinque anni. In un certo senso è stato uno dei miei maestri in quanto mi ha edotto per quanto riguarda la parte pratica delle operazioni concernenti la formatura e la fusione delle opere in bronzo, a me nota, all’epoca in cui ci conoscemmo, solo dal punto di vista meramente teorico. Anche per tale motivo siamo divenuti amici e per questo stesso motivo a Lui venne affidata, se non la direzione, la supervisione su alcuni dei più importanti interventi di restauro eseguiti su opere in bronzo di grandi dimensioni e di provenienza archeologica, eseguiti a cura del Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica per la Toscana. Ne ricorderò, qui, due soltanto: il gruppo statuario di epoca romana da Cartoceto di Pergola, del quale curò, in parte, anche la mostra tenutasi a Firenze nonché il trasferimento a Pergola e ad Ancona, e quello che reputo il miglior intervento di restauro su un bronzo eseguito per fusione, eseguito al termine del mio mandato come direttore: quello sulla cosiddetta “lupa di Fiesole”. Intervento, questo, che curammo direttamente solo noi due, accordandoci su cosa fare, quale fosse il tipo di indagini da eseguire ed interpretandone i risultati. Anche se poco noto tale restauro resta nella mia memoria come il più completo dal punto di vista dei risultati analitici e della interpretazione della tecnica di fusione, in quanto essendo condotto unicamente dal “maestro” e dall’allievo venne eseguito secondo una linea assolutamente coerente.
Non è questo il luogo per trattare dei numerosi altri interventi di restauro cui Marini ha partecipato o ha eseguito in prima persona.
Il fatto che sia andato in pensione ha costituito, indubbiamente, una notevole perdita per la nostra capacità operativa.
Si diceva, in precedenza, dell’amicizia oltre che della reciproca stima, da un punto di vista professionale ma non solo, cose difficili da instaurarsi fra due persone non particolarmente loquaci né aperte ad incontri casuali, quali si possono considerare quelli inerenti una, seppur comune, attività lavorativa e privi, quindi, di consistenti cointeressenze.
Fra queste, tuttavia, una è sempre esistita: l’indubbio “amore” di ambedue per la controparte femminile. Non che mai si sia “andati a donne” insieme ma, ovviamente, operando insieme a lungo di donne non si poteva fare a meno di parlare. Soprattutto considerando che Gian Carlo, nelle sue opere, sia grafiche che plastiche, ha sempre prediletto l’immagine femminile. Da qui conviene risalire al punto iniziale.
Da qui ritengo, non essendo un “fine esteta” che qualsiasi cosiddetta “opera d’arte” non sia tale. L’arte, intesa nel senso dei critici, in sé non esiste. Esistono, a mio avviso, soltanto la capacità tecnica (la ars dei romani), la capacità innovativa dell’espressione e, qualsiasi tipo di raffigurazione.
Il messaggio che mi pare di vedere nelle opere di Marini, pienamente condiviso, è che non si può fare a meno dell’altra metà del cielo, indipendentemente a come essa si configuri e che, comunque sia una immagine femminile è sempre più interessante di quella di un porcospino.
Augurandomi che Gian Carlo non se ne abbia a male di quanto qui si è detto auguro a tutti i lettori di penetrare nel messaggio che recano le sue opere in quanto, tra l’altro, strettamente collegato a molte delle problematiche che connotano la nostra epoca.

Pier Roberto Del Franciai

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