356 – Sergio Bonamici

“Ho tanta voglia di foto”

 

Dal 14 marzo al 4 aprile 2004

Orario: Lun-Ven 21.00-23.00 Dom 10.30-12.30, 17.00-19.00

Sergio Bonamici, gli istanti di un fotografo

“Gli occhi velati, ma attenti” di cui scriveva Giovanni Pascoli, paiono essere gli strumenti attraverso i quali si sviluppa in falsariga l’attività fotografica di Sergio Bonamici, nella cinquantennale attività alimentata da una passione coltivata e cresciuta autonomamente, senza filtri particolari, quindi da un lato ricca di suggestioni diverse, dall’altra sorretta da una coerenza di interessi personali che negli anni è rimasta uguale, pur se affinata. Le inquadrature spesso orizzontali, le stampe anche di medio-grandi dimensioni, raro il ritratto o la figura, il ritmo suggerito dal taglio diagonale dell’immagine, con i primi piani netti come a riconfermare l’immagine stessa in profondità:
sono tutti elementi del medesimo soggetto fotografico che viene tendenzialmente ricondotto da Sergio Bonamici ai sostanziali aspetti strutturali, essenziali e astrattivi, cioè evidenziandone singoli particolari capaci di offrire sollecitazioni visive; in esse, la linea è l’elemento artistico esaltato dall’uso delle ombre e delle luci, rapporto quest’ultimo che offre profondità, corpo, tridimensionalità, realtà spazio-temporale.
Mai in studio o in posa, lo scatto rivela la sua istintività nella spontaneità delle inquadrature a sottolineare la sorpresa dell’Autore nel momento dell’operazione fotografica. Così, scale binari cavi elettrici pietre filari profili architettonici, scandiscono negli anni un percorso compiuto materialmente nella carta fotografica, attraverso una successione di sguardi inediti che diventano le strutture di una composizione astrattiva.
Al veloce e fuggevole mondo circostante, Bonamici strappa sempre un frammento di realtà, come un pezzetto di anima, sintetizzandolo: realtà e verità, così, per un attimo possono anche toccarsi prima di tornare lontane a causa dell’occhio (fotografico) che sottrae. In altre parole: con l’operazione fotografica di Sergio Bonamici siamo di fronte ad un procedimento di ripulitura della realtà circostante, di sintesi e quindi di essenzializzazione – l’Autore sa sempre cosa vuole e cosa gli interessa – processo per il quale e grazie al quale il soggetto prescelto perde successivamente – ma forse mai del tutto – la sua portata narrativa, tendendo a porsi nell’essenza costruttiva, come se fosse autoreferente, pur non essendolo mai in pieno in quanto sempre saldo resta nella composizione il riferimento al reale. Infatti, non è costante nell’autore la strada verso la rarefazione – che può divenire in lui parziale accorpamento geometrico – ottenuta mediante linee scansioni e forme razionalizzate, in quanto non di rado Bonamici punta sul movimento in atto della luce per ricreare la sua visione percettiva del mondo circostante.
Così, con un ritmo creativo qui più cromatico, ma sempre plastico e comunque tendente all’ordine, Bonamici propone composizioni cinetiche – improprio definirle informali – ove si esalta nei confronti dell’osservatore della foto, in qualche modo, la possibilità del soggetto di essere visivo per il piacere dell’occhio.
Per la sua formazione individuale ed appassionata sorretta da conoscenze apprese in modo diverso, ma non filtrate da una prederminata didattica, Bonamici in certi tagli compositivi e in alcuni soggetti proposti talvolta mostra di compiere passi operativi durante i quali affiorano libere suggestioni – forse e non sempre coscienti o note a lui stesso – da maestri della fotografia quali Rodcenko (il costuttivismo della linea), Schmölz (la scelta del particolare architettonico), Strand (la medesima struttura dei soggetti).
Comunque, sono sempre immagini che, come le precedenti, preferibilmente hanno lo spiccato sapore dell’accidentalità, del non costruito, del visto e preso – la progammaticità di certi scatti è frutto solo del momento – secondo una militanza fotografica sulla strada che propone un atteggiamento quasi da cronista.
Il quotidiano di Bonamici, così, si accosta al ricordo – qui cosciente, per la sintonia avvertita – di Cartier-Bresson per quel senso di operazione freelance che esso offre proprio quando l’autore inquadra “le moment décisif”.
Forse anche per Sergio Bonamici vale almeno in parte l’affermazione proprio di Henri Cartier-Bresson: “In realtà la fotografia di per se non mi interessa; l’unica cosa che voglio è fissare una frazione di secondo di realtà”.

Firenze, febbraio 2004

Federico Napoli

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