360 – Renato Bittoni

“Colori e segni di un’antologica”

 

Dal 14 novembre al 1 dicembre 2004

Orario: Lun-Ven 21.00-23.00 Dom 10.30-12.30, 17.00-19.00

La prima idea che mi consente di mettere in moto la penna, posto che non demordo dall’adoperare un siffatto vecchio “medium”, è una sorta di titolo: Renato Bittoni, o del colore e del disegno. Idea né peregrina né pregnante, ma che in qualche misura coglie nel segno.
Scriverò di lui “en ami”, da amico. Le nostre frequentazioni vanno avanti a far tempo da un incontro – più di un trentennio ci sta alle spalle – in San Giovanni Valdarno, e da successivi altri nella galleria fiorentina Inquadrature, allora in auge. Renato era poco più che agli inizi della sua carriera di pittore fuor di improvvisazioni e sciatterie. Io avevo dato il via al mio itinerario di pubblicista (non iscritto all’albo). Premessa tale qualifica, non mi salverà certo dall’uso di espressioni care al linguaggio dei critici d’arte, tuttavia cercherò d’evitarne “la passione” – di fuciniana memoria – “d’arrampicarsi ai morti col commento”. Salvo una ruberia ai danni di Silvio d’Amico, questa: “Orrore del chiasso; predilezione del dolce silenzio; alla poesia della landa sterminata, preferita quella del cortiletto; la donna fatale o perversa, sostituita” con la ragazza del caseggiato accanto.
Col ricorso a parole altrui (parzialmente) non ho inteso affermare che “l’intimista” Bittoni è un crepuscolare, caso mai un solare, sibbene che ha preferito la privatezza di un maturare lentamente raccolto su se stesso. Ciò non esclude che nella sua opera, come in qualsiasi altra, vi sia rievocazione del passato, remoto o prossimo, sotto forma d’assorbimento ed elaborazione d’esperienze esterne. D’altronde Renato se non ha trovato troverà anche lui il suo bravo “filologo”, abile nel sviscerarne la ricerca estetica. E fino ad una precisazione dell’”epifania delle fonti”.
Ritratto di famiglia, acrilico del 1974, è un quadro nel quale Bittoni si presenta in piedi, davanti al cavalletto nell’atto di dipingere. Indossa uno spolverino (nobilitiamolo con il chiamarlo “l’habit du rôle”) e sta raffigurando una signora, un signore, tre bambini di diversa età. Non se ne deduca che il Ritratto vale da dichiarazione di poetica, magari “escamotage” per informare che la sua pittura è sostanzialmente autobiografica. Non è così (a mio contestabile parere).
La simbologia – che può rasentare l’allegoria (Il riposo del fauno, 1997) – è la componente forte di molti suoi lavori. Lo confermano cicli dedicati all’acqua, al paracadute, all’erotismo, alle maschere teatrali, alle “erme”, ed anche lavori fuor di ciclo (per così dire).
La donna, che può avere l’aspetto di una giovane discinta, ma essere anche ignuda (perfino su un tappeto di funghi), non è deuteragonista. Né manca l’uomo, che talvolta monopolizza la composizione come effige di un vip che fu, come testa allogata su un classico pilastrino marmoreo. Si veda Voltaire e l’ora del tè, oppure Il Seneca replicato.
Anche la natura ha una sua presenza iterata, quanto meno sub specie di natura morta le cui componenti, unite in un euritmico ensemble, sortiscono l’effetto di una delicata fantasia colorata, sinfonia di tonalità felicemente accordate, in ogni caso prive d’asprezze cromatiche. Sempre alla natura spetta il compito di uno scenografico sfondo paesaggistico. Ecco Il balcone sull’Arno (1988): una giovane siede inginocchiata ed assorta, mentre un nastro rosa serpeggia sul pavimento; dietro di lei una terrazza si apre su un campestre panorama fluviale; una nivea colomba è appollaiata sulla ringhiera della terrazza.
Ars phantastica, l’arte di Bittoni? In accezione stretta no, ma talento creativo e spiccata forza d’immaginazione non gli fanno dawero difetto.
Quantunque in anni trascorsi un “morbido” (soft, nell’era dei gratuiti anglismi) risvolto ideologico fosse rilevabile nei suoi quadri, oggi appare che la tendenza della sua poetica è, massime per quanto riguarda gli acquerelli e la loro eccellenza estetica, la tendenza di una “pittura per la pittura”. Cioè un porre e comporre, su tela o altro supporto, colore e segni il cui dettato ha, se non in modo esclusivo certo in modo prevalente, scaturigine da sentimento lirico e fini gusto (il bello non è espunto). La sua visione è riprova – non la sola, ovviamente – che la morte dell’Arte, o meglio il fraintendimento, spesso conveniente, di tale teoria (ma non era morta anche la Storia?), del come le mode siano transeunti. Dopo l’”engagement”, il “riflusso nel privato”, la “transavanguardia”, il “postmoderno” e analoghe etichette, è terminata anche l’infatuazione per l’antiarte (la quale, se ancora esiste, ha peraltro il proposito nobile di un’arte che per autodifesa, per non defungere, salva sé stessa traducendosi nel suo contrario).
Nel Sangiovannese (per scelta) tutto richiama la realtà, nulla ne è copia: la sua “mimesi” non è fotografica. Bittoni è pittore figurativo da sempre, pur in tempi nei quali solo l’astrattismo valeva da sinonimo di cultura, e in materia di figurazione, con o senza il prefisso neo, si accettava al massimo un “realismo critico” .
Non vi è dubbio: i riferimenti oggettivi delle forme richiamano un “semplice” vero, ma a ben guardare suona decisamente più appropriato il termine verosimile. Contribuiscono infatti allo “scarto dal vero” un improbabile insieme compositivo, qualcosa di sognato, ed una raffinata tavolozza i cui gradienti, le cui cromie provengono più dalla mente che dall’occhio.
In equivoco il marchio di fabbrica di un’arte: è il marchio Bittoni. E chiediamo scusa per aver concluso con un linguaggio commerciale che proprio non si addice ad un’opera colta di questo genere.

Dino Pasquali

 

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