361 – Corrado Banchelli

“Dipinti Recenti”

 

Dal 2 al 22 dicembre 2004

Orario: Lun-Ven 21.00-23.00 Dom 10.30-12.30, 17.00-19.00

“I venti anni più recenti dell’arte di Banchelli”

Abbiamo inferto un netto colpo di mannaia, spietato in vero, al lungo corso della sua bella pittura onde assumerne a testimonianza solo gli ultimi vent’anni. Tutta paesistica toscana, qualche natura morta strappata a quel paesaggio, alcuni disegni a dimostrazione che questa tecnica è alla base di ogni rappresentazione formale espressa dal talento di Corrado Banchelli. Alla maniera antica, si direbbe, ossia in un modo di fare che i suoi olii – talvolta stupendi per semplicità – stimolano a richiamare alla memoria: anche per la serietà e l’impegno a escludere dal quadro qualsiasi sotterfugio o tentativo di mistificazione impropria. Vale a dire quello scrupolo, insomma, che era diffuso un tempo, ormai remoto appunto, nell’esercizio professionale di tanti Maestri del colore e del segno.
Banchelli è nato a Sesto Fiorentino nel 1924, si è diplomato presso la Scuola statale d’arte di Firenze e si è dedicato subito alla pittura verso la quale aveva accumulato simpatie a non finire. Esiti encomiabili, sì, e tuttavia resi discontinui dal mutamento radicale dell’esistenza del pittore, passato al lavoro artigianale in una sua fabbrica di ceramiche che ne assorbì quasi totalmente l’impegno. Fino a quando una malattia improvvisa, per fortuna risolta da un delicato intervento chirurgico, lo richiamò – durante la convalescenza – a riosservare attentamente quegli ulivi, quelle siepi, quelle colline rampanti verso l’infinito che i dintorni di Sesto tornavano a offrire al suo occhio di pittore nato. Scrive egli stesso: nel 1984, operato e rimesso a nuovo, mi dedico completamente a disegnare e a dipingere. La pittura di Banchelli tornò in tal modo ad esistere, a farsi pressante con soluzioni formali sempre diverse nel pieno rispetto di quella meravigliosa natura che egli non aveva mai smesso di adorare.
A questo punto della storia vissuta e ancora in piena maturazione per l’ostinato amore impegnatovi dall’artista, a questo punto dunque, è calata la nostra mannaia per separare da tutto il restante, pur rispettabilissimo, il periodo prescelto: l’arco di tempo cioè che da quel 1984 ( quando – ripeto le sue parole – “operato e rimesso a nuovo, mi dedico completamento a disegnare e a dipingere” ) e fino ad oggi è andato ancora affermando la validità di una pittura ribelle alle suggestioni delle mode; inoltre ricca di una esperienza che ha osservato silenziosamente ma con attento occhio critico le rapide ascese e le altrettanto rapide cadute di tantissime proposte e invenzioni. Tutte clamorosamente inserite nel mercato dalla speculazione e poi inghiottite dal silenzio tombale che ancora le cela a quello stesso strumento che le aveva esaltate. Sfiorate appena, oggi come allora, dalla rispettosa indifferenza del nostro Banchelli.
Dicevo della semplicità di questa pittura che pare manifestarsi elementarmente, quasi assecondata da una magica predisposizione a trasferire sulla tela disegno e colori di quelle vedute; senza la partecipazione – sembra – di una mano esperta, senza l’opera selettiva affrontata da una iniziativa progettuale mentalmente elaborata nelle impostazioni strutturali e inondate dai colori rapiti non si sa come dalla natura. E che questo fenomeno già palese e apprezzato negli anni avanti al 1984 si sia ripetuto impeccabilmente negli stessi termini di un modo di ritrarre che era abituale nel dipingere di Banchelli e già allora, ossia tanti anni fa, era considerato molto vicino alla concezione ottimale dell’arte pittorica, è difficile spiegarselo se non pensando all’intervento di una magia indotta a operare una resurrezione invocata dal pittore quasi convinto com’era di aver perduto non la voglia di dipingere e soprattutto di disegnare ma probabilmente quella genialità dalla quale era reso felice nel periodo iniziale.
Ovviamente non si tratta di alcun intervento soprannaturale, anche se gli esiti del fenomeno lascerebbero crederlo. Conobbi la pittura di Banchelli nel 1975 quando cioè era ancora in una condizione che chiamerei di dormiveglia impropria dovendole concedere una sottesa attenzione a tutto quanto accadeva nel mondo dell’arte.
Conobbi dunque un suo dipinto che concorreva in una delle edizioni del Premio Panzano in Chianti in cui ero membro della giuria. Lo classificammo al quarto posto nella graduatoria generale e il quadro dovrebbe ancora esistere fra le opere premiate – archiviate credo – di quella manifestazione annuale che richiamava nomi eccellenti dell’arte non soltanto toscana. Ricordo quelli di alcuni vincitori delle varie edizioni cui prestai la mia collaborazione: Mario Nuti, Leonardo Papasogli, Fabio De Poli, Enzo Grazzini, Bruno Rosai, Sigfrido Nannucci, Antonio Possenti, Mario Fallani, Concetto Pozzati…
Rammento la fluidità della pennellata di Banchelli che mi pareva sovrastasse i paesisti suoi contemporanei proprio nella semplicità del modo di porgere e guardo i lavori di oggi, le strutture volumetriche delle case di campagna addossate le una alle altre o anche isolate nel verde immenso di un panorama che si estende con precise profondità tonali fino a congiungersi, lontano, col cielo. Un cielo cilestrino appena punteggiato dai bianchi soffici delle nuvole. Leggerissime. E osservo le visioni diverse di quel modello che, penetrato profondamente nell’anima del pittore, si ripete ancora nella diversità del taglio o del modo di vivere l’episodio. L’insieme certamente manipolato con i ricordi lontani di una giovinezza non perduta. A ottant’anni. Eccezionale.
Dino Pasquali ha definito questa sua semplicità un modo di visualizzare che è in pari tempo della realtà e reinvenzione di essa secondo mentali schemi formali e coloristici ( 1992) . Piero Tredici, in una “lettera” scritta come confessione intima all’amico e collega: L’unione di realtà e sottile lirismo pervade le tue tele con gamme cromatiche raramente accese e contrastanti, che si accordano invece sui toni dell’azzurro-grigio, dei verdi, degli ocra, e da essi si sprigiona una nota di nostalgia per i tempi trascorsi: osservi col ciglio asciutto un ciuffo d’erba, un tronco d’ulivo, un cielo nuvoloso e lo colmi di tenerezza! (1995). Elvio Natali: Nella lineatura asciutta dei contorni, come nella stesura densa eppur agile delle cromie; nei dipinti come nei disegni (certamente non meno belli). Tutto dà la misura di un linguaggio unitario; tanto che siamo portati a pensare che disegni col colore e dipinga col disegno. Una non trascurabile qualità ( 1997).
Sono elogi autorevoli e spontanei che solo una “pittura vera” può provocare e che l’umiltà di Banchelli reclama in termini di attenzione sulle cose da lui realizzate. Senza richiederli tuttavia. Nella sua vita ha realizzato soltanto cinque mostre personali e questa pertanto è la sesta.
Ancora nei locali de “La Soffitta” di Colonnata dove lo conoscono da sempre e lo stimano perché è un uomo tranquillo, straordinario a mio avviso, capace di compiere prodigi col pennello o con la grafite, convinto di scrivere in modo elementare un pensiero appena suggeritogli dalla pacatezza di quel paesaggio che gli è anch’esso amico. Da sempre. Inviterei pertanto il visitatore di questo nuovo ritorno di Banchelli al pubblico toscano di soffermarsi particolarmente su “I girasoli” del 2000, “Torre Lavacchio” (2002), “Melagrane”, “Strada di campagna”, “Casa colonica”, “La mimosa del Lombardi”. Tanto per citare alcuni di questi interventi colmi di appassionata partecipazione.
Soprattutto di poesia, dominatrice e guida nelle espressioni offerte da questo valido pittore. Gioiosamente.

Tommaso Paloscia

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