364 – Fotografie di RÜDIGER WASER

“Con la coda dell’occhio”

 

Dal 27 febbraio al 20 Marzo 2005

Orario: Lun-Ven 21.00-23.00 Dom 10.30-12.30, 17.00-19.00

“Fotografie di RÜDIGER WASER”

La tecnica classica della doppia esposizione

Mentre molti fotografi contemporanei ricavano immagini virtuali con l’ausilio delle nuove tecnologie digitali, Rüdiger Waser trova i suoi soggetti per strada o viaggiando. Nel riprenderli utilizza la tecnica classica della doppia esposizione, che consiste nella sovrapposizione di due immagini.
Da un punto di vista tecnico si tratta di decidere l’attimo in cui trattenere due esperienze completamente diverse, tenendo presente che a differenza della fotografia digitale non sarà più possibile intervenirvi in una fase successiva.

Ottenuta manualmente con il solo ausilio della macchina fotografica, la fotografia a doppia esposizione è un esperimento in se, dato che il risultato della fusione di strutture, colori e condizioni di bianco e nero differenti è sempre imprevedibile. Muri e persiane diventano trasparenti, e laddove domina l’oscurità, viene introdotta la luce. L’incontro in Sicilia con il silenzio assoluto, la famosa omertà, ha significato per Rüdiger Waser, fotografo alla ricerca di tracce significative, l’apice dell’esperienza di visioni trasparenti: muri che si aprono in spazi, il silenzio che si anima. Il luogo si trasforma simbolicamente, come succede per esempio alla cupola del palazzo saraceno di Palermo visibile attraverso una persiana divenuta trasparente (foto di copertina della sua pubblicazione Liebe ist ein Wort des Lichts, L’amore – espressione della luce, Herder Verlag). Nascono immagini metamorfiche: con la sovrapposizione d’immagini, di tempi e spazi uniti tra di loro vengono fissati il tempo o le diverse epoche. Un ambiente in continua trasformazione si riflette così nei vari piani di una fotografia.

La produzione fotografica di Waser ha qualcosa in comune con l’architettura postmoderna, che si avvale di elementi di epoche diverse: la Piazza d’ltalia di Charles Moore a New Orleans, USA, unisce per esempio le forme classiche di volte e colonne tipiche dell’ltalia con l’architettura di un sobborgo nordamericano. Materiali moderni creano un contrasto provocatorio con le facciate barocche, come al Louvre di Parigi, dove nel cortile interno è stata sistemata una piramide di vetro e acciaio (leoh Ming Pei, 1988). Vengono in mente anche i decostruttivisti Frank O. Gehry (Ristrutturazione di una casa a Santa Monica, USA) o Zaha Hadid (Vigile del fuoco, Weil am Rhein).

Ultimo ma non meno importante, nelle immagini di Rüdiger Waser sono inconfondibili i riferimenti alla fotografia del secolo scorso, alle tendenze degli anni venti. Lazlò Moholy-Nagy e Man Ray sono i più famosi rappresentanti del “fotogramma”, la fotografia senza macchina fotografica, che permette di ottenere opere astratte con la disposizione e l’esposizione di oggetti diversi su carta fotosensibile. Man Ray le chiamò “rayografie”, oggetti di uso quotidiano traslucidi, che dispose sulla carta, ottenendo immagini con più significati. Mentre tutte queste opere furono realizzate come fotomontaggi nella camera oscura, un altro fotografo, il russo Petrussow Georgij, si fece un nome con le prime “doppie esposizioni” in macchina fotografica. Famoso il suo ritratto surrealistico Karrikatur Rodtschenko del 1933.

Ispirandosi a Georgij e alla fotografia sperimentale del Bauhaus (Verschmelzungen zweier Realitaetsebenen, Fusione di due piani di realtà, Herbert Bayer), Rüdiger Waser ha ripreso l’idea di sovrapporre due immagini diverse, elaborandola in modo personale. Waser si riferisce sempre e contemporaneamente ad armonia e tensione, equilibrio estetico e dinamica contenutistica. Entrambe le componenti danno vita a quell’ambiguità, che costituisce il vero fascino delle foto. Se si riesce a coinvolgere l’osservatore tanto da spingerlo a confrontarsi con queste fantasie e con le proprie esperienze che mancano di originalità, allora è soddisfatta l’ulteriore pretesa del fotografo di provocare con le proprie immagini reazioni comunicative.

Beatrice E. Stammer

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