365 – Mihàly Korcsmàros alias MICHELE CONDOR

 Dipinti e disegni 1962 – 1995

 

Dal 3 al 20 Aprile 2005

Orario: Lun-Ven 21.00-23.00 Dom 10.30-12.30, 17.00-19.00

“Premessa Bibliografica”

Lo pseudonimo usato da Mihàly Korcsmàros da quando, ormai quasi cinquant’anni fa, si stabilì in Italia, corrisponde semplicemente alla traduzione del proprio nome di battesimo e al cognome della madre, Kondor, italianizzato in Condor. Il nostro pittore, tuttavia, ha trovato certamente rappresentativa di se l’identificazione con il solitario rapace (o volatili similari), che talvolta mostra appollaiato nei suoi quadri, testimone forse inquietante ma attento, interessato alla storia di un’umanità disarmata. Certo è un autoritratto ironico, e vi si può riconoscere un’ammissione della beata colpa – quanto sofferta! – dell’arte, tenuta inesorabilmente all’osservare, al continuo convivere con la contemporaneità dell’uomo. Può essere questa una chiave per entrare nell’opera di Condor,
che sempre si attiene alla figura o ad essa rimanda, pur nel mutamento tecnico e stilistico continuo, sorprendente per la sua varietà.
L’infanzia e la giovinezza di Michele Condor; nato a Budapest nel 1934, si intrecciano con la storia drammatica di quella città, capitale dell’Ungheria prima del reggente-dittatore Miklòs Horthy, che nella seconda guerra mondiale sarà alleato di Hitler, e poi, dopo l’occupazione nazista e il lungo assedio dei sovietici, centro delle vicende postbelliche e dell’inclusione del paese nel Patto di Varsavia. Il giovane Mihàly, che coltivava l’amore per l’arte visitando i musei e sognando i grandi del Rinascimento su libri In bianco e nero, doveva guadagnarsi da vivere e solo la sera poteva seguire corsi di pittura. Ha ventidue anni al momento dell’insurrezione del 23 ottobre 1956, cui segue l’intervento delle truppe sovietiche, e vive tutto il dramma, precoce rispetto ad altri paesi dell’est, del popolo ungherese. Come altri duecentomila suoi connazionali, diventa un profugo, prima a Vienna, in novembre, ma subito dopo in Italia: arriva a Calambrone in dicembre, e, nel gennaio del ’57, a Roma, dove trova accoglienza per più di un anno presso il Centro culturale ungherese nel borrominiano Palazzo Falconieri. E’ in quelle sale che esporrà, già nel ’57, per la prima volta in Italia, ed è l’appoggio di questa istituzione che gli permetterà di frequentare i corsi dell’Accademia di Belle Arti nei tre anni della sua permanenza a Roma. Partecipa ad un’altra collettiva, in Palazzo Marignolli, ed esegue alcune decorazioni ad affresco, quali i fregi a graffito per una sala dell’Accademia di Finanza nel 1959-60 (probabilmente oggi non più esistenti) Cambia casa più volte, da via de’ Cestari a Monteverde vecchio, alla zona di Villa Doria-Pamphilj, ma nel 1960 decide di trasferirsi a Firenze, città allora più consona alla sua natura schiva rispetto alla Roma della Dolce vita, e dove avrebbe voluto stabilirsi già al suo arrivo in Italia Grazie alle borse di studio, frequenta per altri tre anni l’Accademia di Belle Arti di Firenze, trovando in Giovanni Colacicchi una guida preziosa, non solo per sapienza tecnica, e dei buoni compagni in Ciabani, Del Debbio, Lucacchini. Per un solo anno accademico, segue anche il corso dl scultura di Antonio Berti A Firenze, in quegli anni, viveva un altro profugo di grandi doti, don Luigi Stefani ( ovvero Stipanic, Zara 1913 – Firenze 1981 ), dalmata accolto dalla diocesi nel 1946, e dal 1949 cappellano della Misericordia di Piazza del Duomo, una delle istituzioni più antiche e più rappresentative della fiorentinità; un’incarico che resse per quasi trent’anni lasciandovi un’impronta incisiva. Don Stefani aveva fondato nel 1959, fra piazza del Giglio e via delle Oche, la galleria d’arte e centro di cultura “Lo Sprone”, con l’intenzione di dedicarla all’arte sacra, ma, accorgendosi che “l’arte sacra contemporanea non esiste”, decise, con un passaggio del tutto legittimo ma senz’altro provocatorio, di intendere “per arte sacra ogni arte valida”. L’incontro con il nostro pittore era inevitabile, e Michele Condor divenne un “grande amico dello Sprone”, come si legge nella didascalia di una foto in un libro del ’67 (don Luigi Stefani (a cura di), Ricordo di Papa Giovanni. “Lo Sprone” per Firenze, Firenze, 1967, p. 40. Dalla p. 31 della stessa pubblicazione è tratta la frase prima citata). Il Nostro espone più volte alle collettive della galleria di don Stefani, e anche a una mostra di beneficenza dopo l’alluvione del 1966; inoltre, grazie alla stima del sacerdote per lui, ottiene l’incarico di eseguire, tra il 1962 e il 1965, tre affreschi nella nuova sezione del Cimitero della Misericordia a Soffiano.
In ordine di esecuzione, essi rappresentano: La resurrezione di Lazzaro, La resurrezione del figlio della vedova di Naim, La resurrezione di Cristo, e sono per stile talmente differenti tra loro che, ignorandone l’autore, nel 1996 li giudicai di tre mani diverse nel redigere la scheda del Cimitero di Soffiano per la Guida alla scoperta delle opere d’arte del Novecento di Daniela Salvadori Guidi.
Prima e dopo l’alluvione, Michele Condor fa anche due importanti mostre personali: nel gennaio del 1966, nella storica libreria Gonnelli di via Ricasoli, e, alla fine del 1967, alla Saletta Mino a Fiesole. Purtroppo, i critici del tempo non accettano la sua “coraggiosa onestà” nel credere nei valori figurativi – l’arte in auge era tutt’altra da quella di ispirazione umanistica -, e gli rimproverano un eccessivo eclettismo. A sostenere l’ex-allievo si impegna Giovanni Colacicchi, scrivendo un articolo per lui, che purtroppo rimane inedito. L’incomprensione da parte dei critici del valore della sua libertà espressiva renderà ancora più schivo il nostro artista, che lavorerà ancora intensamente, purtroppo esponendo sempre meno, e distruggendo anche molte delle proprie opere. La storia sua degli ultimi trent’anni si segue in questo lavoro instancabile e ritirato di pittura e di studio, di cui la mostra odierna dà solo un saggio parziale. Benché ancora giovane di spirito e di forze, un paio di anni fa Condor ha deciso di smettere di dipingere, costretto da varie vicissitudini ad astenersi da quella dedizione totale ch’egli ritiene la sola possibile ad un vero artista. Chi visita la mostra della “Soffitta”, in una prospettiva che è ormai sufficientemente storicizzata, può comprendere quanto sia augurabile che Michele Condor possa ritrovare l’agio di dedicarsi all’opera dell’arte, e ancora per molti anni.

Grazia Badino

 

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