369 – Gian Franco Pogni

 “Dipinti”

 

Dal 27 novembre al 14 dicembre 2005

Dov’è reperibile oggi la pittura impegnata (cosidetta)? Faremo bene a non chiederne la reperibilità a chi – fosse anche un critico di rango – in qualsiasi scorcio verdeggiante, magari visualizzato con maniera ottocentesca, legge d’emblée un tema di natura filosofica, i pensieri e lo sdegno di un ecologista che depreca reati ambientali. I modi (del tutto personali) di Gian Franco Pogni, pittore per elezione livornese, non sono – e neppure sono stati – tributati di un macchiaiolismo in ritardo. E per quanto riguarda l’engagement (in accezione estetico-poetica) egli ha smesso da tempo di aderirvi in forma accesa, poiché la sua tensione di artista rivela altri indirizzi, non ultimo quello lirico di chi ha deciso, con volterriano metaforico senso, di “coltivare l’erba del proprio giardino” (che poi sarebbe almeno in parte una versione avanti lettera del “riflusso nel privato”). Anni fa, (1990), ebbi l’opportunità di considerare soprattutto l’opera grafica (verbigrazia le acqueforti) di Pogni, vergando un testo per una monografia curata da Nicola Micieli, con la professionalità ed il linguaggio tipici di lui, critico militante ed amico pisano. Fra vari pareri ed illuminazioni, possono leggersi in quel libro le espressioni “vissuto interiore”, “carico di simbologie”, “silenzi del sentimento”. Erano e sono, espressioni usate da Pogni medesimo per autoanalizzarsi. Nella più che vivace, attiva, intrigante Livorno, marinara città tirrenica e “tardomedicea”, sono abbastanza pochi “à vrai dire” coloro, e fra essi Pogni, che senza diffamare la cosidetta “labronicità”, onorano la pittura – non diciamo d’avanguardia, non diciamo sperimentale – con tipologie visuali derivate da talune delle conquiste formali che hanno permeato di se un secolo appena trascorso e che percorreranno ancora, almeno per un pò, il secolo attuale. Ciò in barba ai mass-media ed alloro martellamento per promuovere una cultura di basso, commerciale livello; una pseudocultura con fini anestetici, soporiferi. In dipinti di squisita, sapiente fattura pittorica (senza supporti autres) abbiamo spesso – ma non solo – un aspetto mediterraneo, l’aspetto di ambienti tirrenici per quanto riguarda la flora, specialmente arborea, e la “crosta” terrestre premarittima e marittima. La visione di una natura “edenica” (almeno in apparenza) può arrivarci da un interno con finestra aperta, dal quale sarà anche possibile – oggi più raramente di ieri – scorgere le siluette femminili e maschili di bimbi che, in una rappresentazione dai toni delicatissimi, paiono volerci ricordare che non è del tutto scomparsa la cosiddetta età dell’innocenza. Ma le scelte tematiche che non sono affatto monocordi, nel senso che il figuratore toscano, il quale – rara avis – non disdegna dipingere all’aperto, “sur le motif”, sa cogliere lo spirito di un sito naturale (sia esso un giardino, una fontana con statua, un boschetto di pini, un borgo collinare, una ghiaiosa spiaggia serotina con valve lamellibranchi e conchiglie; etc.) nel quale ha occasione d’imbattersi. Magari grazie ad un “viaggio in bicicletta”, questa essendo il mezzo di trasporto da lui prediletto. Forse quel saper così bene penetrare lo spirito di un luogo, deriva a Pogni non già da un diabolico patto con Mefistofele, sibbene da una semplice intesa con il “genius loci”. Si fa per dire, e con ciò mi fermo e mi firmo.

Dino Pasquali

 

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