371 – Gabriele Perugini

 “Sculture & disegni”

 

Dal 5 al 19 febbraio 2006

Riflesso-simmetria, positivo-negativo, ombra-traccia, ribaltamento-impronta. Gabriele, anche la vita quando emerge in positivo per qualcuno lascia un negativo, la sua forma cava, per altri. Per ogni convesso che si offre alla luce affinchè vi brilli di riflessi, dialogando con le venature del legno e del marmo, ci sono molti concavi in cui si impiglia il buio. Mentre colà si offre lo slancio dell’azione, qua si mal digerisce l’agonia del dolore. Ma nulla è così netto nella vita e tutto si compenetra e si confonde in una speculare pazzia. lo stesso atto creativo è il rispecchiamento di una parte cava in noi, modellata dal sotterraneo flusso erosivo dei sentimenti e dallo stillicidio di pianti non manifesti; estrofletterlo, quasi nell’anima ingurgitassimo un pastone di gesso che ne faccia il calco, è l’esercizio d ci poeta che sa benissimo che il negativo di questo negativo-dolore sarà la positiva gioia che nasce da ogni lavoro: cioè dolore sconfitto, perchè ogni anfratto diverrà spongiforme rugosità che farà dell’ “opera” l’unica arma di offesa contro quella pazzia che chiamiamo vita. Caro Gabriele, quella sfera perfetta che è l’integrità morale di ogni idea, quel platonico sogno senza vita e senza esperienza che il demiurgo enunciò per una eternità, tu la sezioni, la scavi con mille tarli, la ricomponi in mille frammenti, la rendi capanna, crisalide, in cui i sogni, forse un po’ più corrotti perchè incarnati negli uomini piuttosto che spiritualizzati nel dio, invece abitano come vita che respira e si evolve. Conchiglie son le tue opere, anch’esse generate da una geometria non solo esterna, ma che vive nel loro cuore come un DNA evidenziato da ogni sezione avvolgente che tu tranci con l’affilato pensiero. Molto spesso ruotano le due valve e slittano e alghe di resine nere vi si incastonano. Gabriele, fosti tu amico dell’Angelo che rotolò la pietra del Sepolcro? Chi non ebbe fede rimase abbagliato e non vide nulla, tu, senza alzare lo sguardo, guardasti la traccia lasciata da suo rotolamento ed avesti la certezza del suo peso, della forma, della materia del macigno che nasconde la morte e la resurrezione dell’uomo e ciò ti è bastato. Hai continuato a rotolare la pietra come un novello Sisifo, come un agrimensore egizio, meravigliandoti di come ciò che è circonferenza chiusa nel cerchio diventi l’infinita traccia di un sentiero. E certo se hai preso latte da una levatrice questa doveva avere una poppa greca, candida come il marmo, ed una egiziana, bruna di basalto. Ancora percorri la suggestiva scoperta dei mandalas dell’infanzia: il guscio della noce che si apre a mostrare l’intelligenza del gheriglio o la pigna di Dioniso che spiraliforme si sfoglia. Di recente, colonne di Ercole fanno da sentinelle ad un valico in cui si stagliano reti di bronzo: al di là hai tu trovato la montagna nei cui gorghi si inabissò la sete di conoscenza di Ulisse? Eppure di quella montagna, da cui si ascende al Paradiso, tu sembri aver visto gli scogli modellati dall’acqua, le nubi foriere di tempeste, gli alberi arricciati di fronde schiumose. Se noi non vi arriveremo mai non importa, navigheremo in compagnia, schizzando le rotte di questa geografia immaginaria, che non è altro poi che la mappa dei tesori in noi.

Silvano, 18-8-03

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