374 – Mauro Quetti

Opere

 

Dal 23 aprile al 10 maggio 2006

Intervista a Mauro Quetti a cura di Alessandra Demonte.

Negli anni 30′ ci fu un personaggio che un giorno disse: “Quando sento parlare di ‘intellettuali’ istintivamente porto la mano alla fondina della rivoltella”. Espressione un tantino cruda ma francamente adatta a tante mistificazioni di cui sono capaci tanti di coloro che passano per intellettuali o artisti.

Dici bene…quelli che ‘passano’ per intellettuali e artisti…In realtà se osservi le cose più da vicino ti accorgerai che coloro che lo sono per davvero appaiono di rado, non li vedi in giro per vernissage e serate mondane della cultura dimostrino che la qualità, per quanta fatica faccia per imporsi, alla fin fine emerga. Si possono citare migliaia di pittori , scultori e musicisti che, coperti di gloria in vita, sono finiti nel dimenticatoio dopo la morte. Spesso ha giocato a sfavore di una fama duratura un eccesso di presenza per i molti anni di successi, si è prodotta così una sorte di saturazione alla quale è corrisposta una naturale rarefazione, questo è avvenuto talvolta al di là del valore delle opere, sovente però la pattumiera della storia ha inghiottito opere e personaggi affatto meritevoli, ipervalutati per motivi che con la cultura non hanno niente da spartire.

Fu detto che dio era morto, ma non venne mostrata la salma. Fu detto che anche l’arte era morta, e questo è stato un annuncio inutile poiché continuiamo a vederne riproposto il cadavere putrescente. Ma in tutti e due i casi resta da sapere quale fosse il dio e quale l’arte, che avevano cessato di vivere, lasciando vagare due spettri inquietanti. Non era mai accaduto, non c’è traccia nella storia dell’umanità, di comportamenti, gesti, scelte e proposte quali troviamo oggi in certe espressioni artistiche. Quelle che oggi chiamiamo forme d’arte moderna, modernissima, contemporanea, non le ritieni unicamente sintomi di paranoia, effetti della follia, risultati di obnubilamento mentale?

Nella mia esperienza di pittore no assistito a tante di quelle mistificazioni che certi prodotti dell’arte contemporanea suscitano in me nient’altro che noia, quasi un senso di fastidio. Si continuano a riproporre pseudo-idee che altro non sono che la stanca rimasticatura di giochino già visti un’infinità di volte e dunque privi di qualsiasi originalità. I risultati sono spesso deprimenti e dimostrano soltanto una mancanza di cultura figurativa specifica, da qui un alfabeto segnino di una sconsolante povertà. È pur vero che in arte si può fare di tutto e il suo contrario, altrettanto vero che per contestare ed eventualmente distruggere un linguaggio precedente, è tuttavia necessario possederne ogni segreto e conoscerne i meccanismi espressivi.

Come definiresti la tua pittura?

Credo che la mia pittura si definisca da sola, certamente è il contrario di quanto avviene oggi nell’ambiente che ci ostiniamo a definire ‘artistico’ mi pare evidente come, al di là dei temi che da sempre stanno alla base del mio lavoro, c’è la mia volontà chiara e precisa di riproporre qualcosa di alternativo alla valanga di immagini-pattume che ci assedia, vuole essere una testimonianza di rigore, un segno.

Mi sembra che la tua pittura sia la rappresentazione di un mondo ideale di stampo neoclassico, dove lo scorrere del tempo ha un significato diverso dall’attuale. Qual è il tuo rapporto con la frenesia della ‘modernità’? Avresti voluto vivere in quel tempo?

Nessuno che faccia questo lavoro seriamente può pensare di non avere ‘padri spirituali’. Io mi rivolgo e attingo dal passato per proporre qualcosa al mondo di oggi. Ricordo una frase di Giuseppe Verdi: “Torniamo a studiare l’antico e sarà un progresso… “, cito a memoria ma il senso è questo. Ogni epoca ha messo in discussione, come è giusto, la precedente, spesso contestando anche la violentemente una categoria di valori che potevano non corrispondere più a nuove esigenze. Non per questo ha tenuto in debito conto le esperienze di chi ci ha preceduti, anzi! Tutto è stato assunto quale arricchimento (persino negli aspetti riconsiderati come negativi) e come valore irrinunciabile. L’ignoranza del passato è un fenomeno tipico del nostro tempo, chiaro che non porta da nessuna parte, e la dimostrazione sta nella pochezza e nel vuoto concettuale della maggior parte delle proposte estetiche attuali, ed è la conferma dei guasti provocati dalla mancanza di memoria storica, in definitiva di cultura. Tu mi chiedi in che tempo avrei voluto vivere e la risposta è: domani!

Alessandra Demonte

 

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