375 – “Tendenze” opere di Franco Caini

Caroline Gallois

 

Dal 3 al 20 dicembre 2006

CAROLINE GALLOIS Riflette nella pittura – in particolare nell’incisione che le è cara – tutta la sua giovane ma già movimentatissima vita con i continui mutamenti di luoghi e di civiltà che ne hanno caratterizzato le peregrinazioni; con la sete mai soddisfatta di conoscere e di sapere. E vi ritrova via via gli aspetti del suo dinamismo comportamentale identificandoli nella sperimentazione perenne di tecniche nuove, spesso “viste” soltanto nelle fantasticherie che le riempiono i pensieri, e persino i sogni, di girovaga allucinata in cerca di se stessa. In questi abbinamenti di grande suggestione dunque si sviluppano gli itinerari altrettanto fantastici dell’arte sua. Dico di Caroline Gallois che a mio avviso riversa sulla tela, nelle lastre del bulino e dell’acquaforte le situazioni che hanno reso magari avvincenti ma senza dubbio tumultuose le sovrapposizioni di esperienze di cui sono appunto cariche le vicende della sua esistenza. E riesce a tradurre comunque quegli impatti in immagini poetiche filtrate attraverso una finissima sensibilità rimasta evidentemente legata alle doti creative espresse a volte in circostanze difficili. Nata a Saigon da genitori francesi, Caroline affronta in Francia gli studi e i motivi di base della propria cultura e ne cerca i riscontri viaggiando in Asia e poi nel Messico. E qui prende ad accompagnare i propri passi con la pittura e l’incisione rovistando nel vasto ma non ordinato bagaglio delle proprie emozioni che sono tante. E si trasferisce poi dal sole e dalle lente riflessioni che ne hanno stimolato per sette anni in terra messicana gli approfondimenti dello studio dell’arte, in tutt’altra dimensione come sarà certamente stata la vita dinamica di New York vissuta e affrontata per un intero decennio con la medesima stupenda vocazione per il nuovo. Senza tradire tuttavia le tracce profonde del passato. Da qualche anno appena ecco la a Firenze, rimasta avvinta al vissuto rinascimentale glorioso e misurato della città anche se questa mostra scarso consenso alle sollecitazioni delle mode, dei cambiamenti; anche di quelli resi necessari dalla caotica evoluzione dei costumi. Caroline vi ha trovato tuttavia il clima propizio non per riordinare le tantissime idee che le rispuntano di continuo dalla memoria come se lottassero perennemente contro la coercizione esercitata da quel fantastico contenitore ma perché in questo luogo toscano ha trovato nuovo incanto e antica poesia e, come naturale avventura intrapresa risalendo lungo le atmosfere che ne hanno accompagnato i versi espressi fra i primissimi in volgare, il poetare splendido di Dante. L’Arno e la Divina Commedia pertanto sono i capitoli di quest’altra storia che Caroline ha inserita non per studiate progettazioni ma per accogli mento istintivo di quelle sollecitazioni dello spirito, nella sua sperimentazione grafica. Infinita. E ci ha portato dentro dapprima gli echi dell’amore per i versi e il personaggio di Baudelaire, le grandi intuizioni attraverso le quali si è sviluppata la gigantesca personalità del poeta francese, i suoi frammenti, le sue sovrastrutture mentali, l’infatuazione dello stesso Baudelaire per l’Oriente, i modi di vita e soprattutto la concezione della bellezza e del vivere codificata nella memoria di lei attraverso le letture di Les fleurs du mal…. E poi, sovrapponendo ogni cosa, anche il ricordo dei colori conosciuti nel soggiorno messicano e avvertititi nel profondo: fino a registrarne, sia pure velocemente, le seduzioni della civiltà incarica. Tutto questo, magari con un certo disordine cronologico del resto non influente nel complesso operativo di Caroline che di volta in volta riesce a sollecitare il recupero frammentato di una situazione vissuta e a inserirne una briciola significante nel nuovo progetto grafico. Ne viene fuori via via una storia composta di singoli capitoli apparentemente autonomi ma in effetti collegati fra loro da un filo sottilissimo che l’artista dipana dal tessuto letterario della propria cultura. E questa è sullo sfondo di tutte le imprese delle pittrice, grafiche e pittoriche, si che resta difficile separarne i livelli di validità per una catalogazione che sarebbe tuttavia pretestuosa. Le tecniche hanno acquisito col tempo un’importanza fondamentale nell’opera grafica di Caroline Gallois in quanto reinventate ogni volta per conseguire effetti irripetibili, per esprimere unicamente quella data emozione che difficilmente dovrà essere duplicata nelle successive esperienze. Ed è anche logico che così debba essere quando l’emotività ha carattere sempre rinascente e si sprigiona dalla coscienza dell’artista in modo tumultuoso e ha bisogno di sfumature non clonabili per rappresentarsi visivamente. A Firenze dunque, Caroline ha coltivato fino ad ora particolarmente due grandi amori letterari: l’Arno e Dante. Riproposti graficamente con molti inserimenti tecnici di nuovo conio che hanno vieppiù approfondito il rapporto con la città e con la sua cultura, avrebbero relegato in un angolo la pittura. Ma è solo apparenza poiché l’artista, proprio quando nell’incisione di essere arrivata al limite della trasgressione tecnica, ne riconquista i termini meno avventurosi con certe abrasioni del colore e, nelle stesure di questo ricorre ad ampie rastremazioni come farebbe col pennello o con la spatola. Per cui ne risulta un esercizio combinato nel quale è presente validamente la pittura; per non dire della definizione totale dell’immagine quando la completa addirittura sulla stampa con l’intervento dell’acquarello invocato a dare vita e forza al colore. Nella Commedia dantesca l’avventura di Caroline è dominata dalla partecipazione sensibile al verso, quindi alla poetica che cerca di far sua abbandonandosi al ritmo che è scandito dalle immagini letterarie: e che lei afferra e interpreta con ardite sovrapposizioni di scritti. E di figure armoniosamente disegnate. Sono convinto che quest’arte, con cui appunto la Gallois descrive a poco a poco l’immagine della propria esistenza, è destinata a giovarsi di altre scoperte non comuni che ne arricchiranno il già complesso itinerario tecnico. Saranno esse a mantenere il contatto, importante, che l’indomabile Caroline conserverà con la propria immagine intima, sempre fisiognomicamente indagata prima di riversarla sullo specchio della vita. Vale a dire nelle incisioni e nei dipinti.

Firenze, giugno 2002

Tommaso Paloscia

FRANCO CAINI Apparentemente Franco Caini è un postmoderno por excellence. Infatti le sue opere restituiscono i colori e le luci di una metropoli, non solo nel caleidoscopio delle immagini, meri frammenti di una vita vissuta rapidamente e freneticamente, ma anche dalla centralità di un logo, di un segno, di un simulacro, che sembra consumarsi e spostarsi dal centro alla periferia della cornice. Anche se i suoi lavori catturano subito la percezione, come se il segreto delle forme convulse che si muovono dipendessero da un gioco effimero ma voluto tipico di una réclame, occorre uno sforzo mentale, quasi gestaltico, prima di accedervi e di penetrare nell’essenza del suo lavoro. Niente di più facile sapendo in cosa consiste la sua tecnica e la sua arte tardo moderna: quella di raccogliere, di strappare, di lacerare e poi di rimontare come in un puzzle mistico, in un raptus quasi rapsodico, pezzi di manifesti, poster stantii, vecchi e contorti, vissuti dalla pioggia, dal sole e dal vento, dai muri incrostati delle città. Decostruzione dei messaggi discorsivi, decentramento di un Testo, ricontestualizzazione. Caini sembra vivere e sentire intensamente il suo Tempo, il proprio tempo. Eppure qui l’energia esplode drammaticamente. Non siamo in presenza di un facile gioco ironico tipico della pop art, non siamo neanche all’interno dell’arte concettuale. Franco è pura creatività, inizialmente convulsa e poi illuminata da un’idea, da un obiettivo che si concentra improvvisamente e trova senso solo nelle sue realizzazioni. La teoria postmoderna trova qui una paradossale ma affascinante pratica artistica. Eppure… eppure il ricollegare pazientemente i pezzi del puzzle, trovare l’intenzione e l’intensità del colore, ricercare un senso, denunciare con la sua arte l’orrore, la contingenza, la precarietà, la desolazione, tutto ciò indica che l’Autore, in realtà, va oltre il proprio tempo e si pone al di là di una presunta pretesa di filiazione o di appartenenza a questo o a quel genere. Il sentimento artistico trova in Franco Caini la sua forza e la sua stessa ragion d’essere.

Sesto Fiorentino, ottobre 2006

Stefano Berni

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