377 – Pier Luigi Corsi

“Il Processo” di
F. Kafka Opere dal 1966 al 1971

 

Dal 28 gennaio al 14 febbraio 2007

I LABIRINTI DEL POTERE Nella pittura di Pier Luigi Corsi si avverte un chiaro atteggiamento corale: al di là dello specifico tema – in questa mostra presso La Soffitta assunto come fonte ispiratrice e di riferimento – l’occhio del pittore si rivolge al gruppo e non al singolo, il suo interesse essendo orientato su di un aspetto collettivo di grande attualità. Infatti, è il rapporto intercorrente fra la società e l’individuo ad essere al centro di questa pittura – qui riproposta molti anni dopo la sua realizzazione, avvenuta nel periodo 1966/71 – anche se ancora di spiccata attualità. Il gruppo sociale così cieco nel suo comportamento, acefalo nell’inidentificabilità di un mandante, anonimo nel carattere labirintico del potere, appare proprio per questi aspetti trionfante: la democrazia agnostica occidentale – di cui parlà Augusto Del Noce in un lontano congresso romano (1983) mossa da uno spiccato pluralismo morale rivela la mancanza di un mondo comune nel quale, di conseguenza, la minoranza subisce la maggioranza prevaricatrice. È qui che la società produce la paura, cioè l’ineluttabile soccombere dell’uno ai più, schiacciata soffocata soppressa da un ipotetico giudice comune. È quanto accade a Josef K. nel testo di Franz Kafka Il Processo nel quale si racconta la discesa verso la tragedia estrema di un innocente (Qualcuno doveva avere diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato, così inizia il romanzo). Ma già il termine raccontare introduce un aspetto rassicurante che, invece, ne nel testo letterario ne nella voluta formalmente deformata pittura di Corsi appare, anche se quest’ultima illustra specifici brani del primo: in ambedue l’individuo è inerme di fronte all’immanenza del giudice/carnefice, per il quale vi è comunque colpa e a questa deve seguire inevitabilmente il castigo, perché il singolo ha osato affermare la propria individualità. È qui che la società di massa accentua l’isolamento e la nascita di una folla solitaria (Riesman); scappare reagire difendersi è inutile: cupo asfissiante, irrimediabilmente senza speranza ne giustizia appare, così, il testo di Kafka nel suo valore metamorfico. Pier Luigi Corsi in questa serie di quadri ad olio su tela (generalmente) con dimensioni tendenti al grande formato, affronta tale tematica o meglio simile stato d’animo: una serie di opere – diverse diecine – solo in parte esposte nel 1973 presso la galleria milanese Alla Scaletta e qui presso La Soffitta di Sesto Fiorentino riproposte (numericamente ancora in modo parziale), ci offrono non solo un brano di personale storia pittorica con innegabili affacci anche nella sfera psicanalitica (questa è una pittura da un lato complessa, dall’altro immediatamente recepibile), ma ci propongono anche la riflessione su quanto poco (o nulla) in questo senso la società sia cambiata da ieri ad oggi, quindi sulla immutabilità delle regole sociali non scritte, comunque ferree. E se tale contesto in Corsi permea l’intero ciclo pittorico coinvolgente come il testo letterario cui si ispira, capace di trascinare perché investe la dimensione affettiva del lettore (secondo il parere di Theodor W. Adorno) – i mezzi espressivi usati ne sottolineano l’intensità: dall’unicum tematico all’anonimato delle tante figure umane ritratte; dalle profondità prospettiche che disperdono le medesime in un desolante quotidiano, ai fondi elaborati con ripetuti passaggi e sovrapposizioni di colore da cui affiorano con fatica ulteriori immagini; dall’accentuata (espressionistica) traccia del pennello – segno creativo utile anche nell’incisione linoleografica frequentata da Corsi, ai colori timbrici pastosi scuri drammatici. Questa mostra di Pier Luigi Corsi è, così, un raro ed intenso esempio del possibile connubio fra letteratura e pittura, rispettose entrambe delle specifiche diversità, l’autore seguendo come un’ossessione personale volta ad una puntigliosa ricerca di verità, che nel ripetersi del tema quadro dopo quadro arriva quasi a sfiorare la risoluzione degli indissolubili angoscianti condizionatori legami che stringono l’individuo (vittima e testimone) alla collettività.

Firenze, dicembre 2006

Federico Napoli

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