384 – Pupi Sestini

 “Dipingere con l’ago”

 

Dal 4 al 21 maggio 2008

Tornano alla Soffitta, di Pupi Sestini, le trame di stoffe sublimate in immagini, ora piegate in una distesa varietà di colori, ora erette in sensibili zampilli di cromatiche armonie, ora raccolte in densi fondali dove l’ombra si apre alla luce di un volto o un animale di distende in un suo molle gesto o serpeggia in un’avvinta sinuosità. Ho voluto iniziare con questa indicativa serie di metafore il nuovo e insieme costante discorso sull’arte di Pupi: ma sento subito il bisogno di passare alla proposta dei testi, all’esame delle singole figurazioni per cogliere in ognuna di esse la conferma di un più che ventennale lavoro teso alla creazione di particolarissime opere. Dico particolarissime perché il colore e il segno son qui sostituiti da stoffe e dal taglio di esse per definire e dar vita alle immagini. Lo spazio che accoglie il fiorire del loro movimento vitale è il puro specchio della visione in cui esse si adagiano ora con una fitta, minuta tramatura, ora protese in ampi lembi uniformi, presenze spesso dal valore quasi di simbolo, persone, animali, segni inconfondibili di una stagione. Soffermiamoci subito sui quadri in cui viene offerto il frutto emblematico di una narrazione, qui di due fiabe celebri: ”La bella addormentata nel bosco” e “Bellinda e il mostro”. La visione della prima di esse si accentra perentoriamente nella rappresentazione del bosco, proposto però in un suo aspetto particolare: non la folta chioma degli alberi, che qui assolutamente non compare, ma la schierata presenza dei tronchi che ha il dono di suggerire una fuga di apparizioni, reali ma invisibili, nel loro quasi segreto allontanarsi, per perdersi in una distanza suggestivamente infinita, dal corpo disteso della fanciulla. Qui il sonno di lei si è come immedesimato nella realtà luminosa dei tronchi, e in essi si fondono l’anima sognante della donna distesa e l’immaginato mistero delle fronde degli alberi, cioè dell’anima frusciante del bosco. In “Bellinda e il mostro” si oppongono, ma armonicamente, la confidente serenità della donna e, oltre l’albero che è, insieme, schermo e legame, l’umile devozione del mostro. Quasi in una simbolica visione vi si preannuncia il miracolo del loro incontro, da una parte la bellezza, non tanto fisica quanto spirituale, della fanciulla, dall’altra la dimessa speranza e insieme offerta d’amore del giovane prigioniero del maligno incantesimo. Due opere, l’una e l’altra, che esaltano al massimo la virtù di offrire, nell’immediatezza dell’immagine, l’intera e complessa trama di un racconto. Volgiamoci ora a osservare altre figurazioni. Difficile è il cammino da intraprendere, così numerosi sono gli ammiccamenti che da ogni quadro suggeriscono l’incanto da essi pronto a diffondersi. Come non partecipare al dialogo benevolmente proteso tra la giovane donna e i tre gatti intentamente in ascolto, e come non accettare di avvolgersi, con la fanciulla vogliosamente abbandonata tra le spire del serpente, cui fa coro il corteo di altre piccole serpi e serpentelli scudieri, come non farsi prendere da questa silenziosa musica strisciante e accogliente? E “il fantasma” che imbianca l’ombra della notte non ha forse il potere di attrarre in una sorta di smarrita solitudine colui che ne subisce il fascinoso richiamo? E forse i capelli che, quasi alghe, ne circondano il sonno possono proteggere i sogni della sirena dormiente dagl’incubi del bianco figlio della notte che su di lei osasse protendersi? Ma anche i soli vorticosamente rotanti nella loro dorata vertigine hanno lo stesso potere di allontanare dall’animo dell’osservatore lo sguardo che spia tra le membra minacciosamente contratte del mostro, tutte intessute nel loro verde viluppo. Avviamoci ora verso immagini che ci conducono a una visione della realtà, sia pure còlta in un suo momento di sospesa inquietudine, come quella dell’albero-donna che sente le foglie staccarsi dai propri rami e le ascolta mentre esse discendono silenziosamente nel chiaro abisso su cui si protende il suo instabile tronco. E da qui è breve il passo alla figurazione delle stagioni: subito incombe quello che non è esplicitamente l’inverno ma che lo significa col suo sconvolto stormo di grigie nubi da cui escono bocche pronte ad afferrare le ultime foglie spaurite sui rami piegati dalla furia del vento, il quale, in cielo, sospinge quel gregge di teste rapaci e sulla terra accompagna l’incurvarsi degli alberi ormai quasi spogli. Ma ecco, invece, un mutato orizzonte: la primavera entra nel nostro sguardo con una figura di giovane negra danzante, che guida bianche oche sul prato e ne coglie una in volo contro l’azzurro del cielo. Le fa riscontro l’opima estate, adagiata con la sua ricca soma che grava su campi e creature con tutta la sontuosità del suo dorato respiro, emerso dalla generosa opulenza del suo vasto corpo. Ma torniamo alle figurazioni riscoperte nella vicenda dei luoghi e nell’intimità domestica: così, per quest’ultima, converrà soffermarsi su di un altro dialogo, quello della donna avvolta nel rosso broccato della sua veste, seduta dinanzi all’estatico ascolto dei due cani, uno nero, uno chiaro, fiduciosamente intenti e su uno dei quali essa accosta il gesto della carezzevole mano. Misterioso e ossessivo, ma di un’ossessione pallidamente sommessa, il conciliabolo delle streghe (di Benevento?) e in compagnia di questo, come non cogliere l’enigmatico volto della “Sibilla” che emerge con lo sguardo penetrante dal nero mantello, pronta a leggere il tuo tenebroso o luminoso destino. Ad essa si oppone la corsa festosa della fanciulla, la quale, con un mazzo di fiori in mano, irrompe gioiosamente sui prati della tua vita. Ma ancora un mito: Aracne si districa dalla sua rete sciogliendo la sua chioma rosso-nera, spiovente dal giallo volto, mentre un altro mito della mente, la “Filosofia”, si leva in alto su di una colonna instabile di libri, con le acrobazie della logica tutta tesa verso gli strumenti del pensiero in un sogno di fantasiose astrazioni, quasi gemella del nero gatto impennato domatore. Col volo degli uccelli di palude e di foglie si chiude infine la teoria di queste meravigliose figurazioni. Concludo con una osservazione di carattere generale: chi volesse trovare dei limiti nell’uso delle applicazioni di ritagli di stoffe per creare immagini non ha che da pensare alla tecnica del collage ampiamente utilizzata, anche da grandi artisti, nella pittura moderna: il messaggio estetico può essere affidato a ogni sorta di mezzo espressivo, quando esso sia tramite alla visione e l’immagine emerga con tutta la sua forza comunicativa.

Renzo Gherardini

 

Lascia una risposta