387 – Paolo Pesciullesi

 “Gli incubi tranquilli”

 

Inaugurazione: Domenica 8 Febbraio 2009 – Ore 10,30

“Perche vi sia arte, perche vi sia un qualche contemplare o agire estetico, – ha scritto Friedrich Wilhelm Nietzche – e indispensabile un presupposto fisiologico: I’ebbrezza”. L’ebbrezza alia quale allude Nietzche si pud interpretare in molte maniere, al di la del limitante significato della parola “fisiologico”. Perche I’ebbrezza creativa e soprattutto una condizione dello spirito. Ebbene, nel caso della pittura di Paolo Pesciullesi direi che siamo in presenza di una continua “ebbrezza”. Ebbrezza come palpitazione del colore, come palpitazione deirimmaginazione, come palpitazione dell’atto creativo in se.
C’e sempre, nella pittura di Pesciullesi, questo gioco tra la realta e quello che vorrei chiamare l’immaginifico, tra il particolare e il generale, che rimanda chiaramente al molteplice e misterioso collegamento in tutto cio che accade nell’universo, nella materia. Se tutto questo puo essere definite – con molta approssimazione e beneficio d’inventario – una forma di surrealismo, va dato atto a Pesciullesi di mettere in atto una suggestione surrealista priva di ossessioni apocalittiche e distruttive, di intellettualismo.
Ma ritengo che parlare di surrealismo, per la pittura di Pesciullesi, sia in qualche modo darne un’interpretazione parziale. II suo e un mondo in cui la vera protagonista e la poesia. Le sue marine mature, i suoi foulards volanti i suoi mille oggetti animati (come quella poltroncina di vimini che sembra proprio un individuo pensante), il gioco di specchi che costruisce il canto e controcanto degli interni e degli esterni, quelle arance che pulsano come turgidi seni a testimoniare un amore profondo per la vita, la memoria che ritorna piena di pudore lungo linee morbide di un sottabito abbandonato che ha trattenuto I’impronta tiepida di un corpo.
Lungo il filo di questo racconto in cui la materia e la luce si fondono, Paolo Pesciullesi ricostituisce I’armonia del suo e del nostro spirito. Lo fa con un gusto tutto sensuale e mediterraneo del colore – ed e il colore, nella sua pittura, a dare senso allo spazio – e con un senso involontariamente religioso dell’operare.Torna cosi spontanea alia memoria quella bella frase di Rainer Maria Rilke che dice: “L’artista rappresenta I’eternita che si addentra nel tempo”. Ma anche.aggiungerei, il tempo, il nostro tempo umano, che si addentra neU’eternita, che bussa alle porte della metafisica.

Renzo Ricchi

Nel fascino di uno spazio ampliato, al di là della tela e dei confini tracciati dalla linea compositiva, si misura l’attuale dimensione espressiva di Paolo Pesciullesi, si avverte il fascino di un mondo che scaturisce dalla singolare visione di un surrealismo rielaborato, ridefinito attraverso la sensibilità dell’artista in una determinante interpretazione dei sogni, di freudiana memoria.
È un paesaggio privo di qualsiasi aggancio con la presenza umana ma, viceversa, trae dal pensiero linfa e parametri per proiettare all’esterno, il senso di un ricordo, di un’attesa, di un incontro, di una solitudine incapace di riscattarsi e riscattarci. E un paesaggio percorso da “forme di vento”, dalla parvenza immateriale di un corpo di donna, più avvertito come simbolo e segnale e desiderio, che materializzato nel pulsare delle passioni. È un dialogo sommesso fra l’uomo (l’io recitante) e il grande palcoscenico della vita. È una Venezia emergente dalle acque come un “volo di colori” che trasforma la seta in gabbiano e, forse, in un volto di donna lungamente amato, perso nel chiarore abbacinante dell’alba: metamorfosi di un sentimento in suggestioni e frammenti di dialoghi, di sorrisi, di sguardi.
Pesciullesi affida, quindi, all’immagine la propria capacità di fissare il fluire di un colore, di una linea, di una nota musicale, che diviene “simbolo di una situazione umana in bilico tra libertà e vincolo, tra inibizione ed evasione”, emblema di una “scrittura” che nulla concede all’improvvisazione, ma dove ogni elemento concorre a delineare nature morte con limoni e spiagge deserte.
Portali e tele, che si fondono con T’idea” del mare, arbusti e foglie e relitti, si liberano nello spazio allusivo del quadro, in un silenzio che raggela ogni emozione, per tradurre il persistente richiamo di una natura che si fa veicolo all’onirico apparire di una luce prima del lento declinare del giorno.

Angelo Mistrangelo

 

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