389 – Nada Nistri

 “L’Arte Ritratta”

 

Nada Nistri e il valore delle origini

Una donna colora l’autunno di Confarti-gianato Imprese Prato. L’artista di Vergaio, che porta con sé i colori della natura e nel cuore l’immagine delle montagne, è stata scelta da Confarte – Consulta Cultura & Società di Confartigianato Imprese Prato. Quello che colpisce dalle parole di chi la conosce e segue la sua arte è l’amore e la dedizione con cui Nada ha coltivato la sua passione. Una vocazione artigiana e una dedizione femminile che la pittrice, nei suoi ottant’anni, ha saputo trasformare in pennellate su carta e tela, incamminandosi coraggiosamente nel difficile mondo dell’arte. L’associazione è lieta di ospitare le opere di Nada Nistri per l’accostamento tra lavoro e valore delle origini.

Stefano Acerbi
Presidente di Confartigianato
Imprese Prato

L’ARTE MIA

Confessa di aver iniziato a dipingere questa serie di ritratti perché, come dice lei stessa”… arrivati a una certa età può capitare di sentirsi talvolta soli e smarriti, e può capitare di aver voglia delle persone che sono state importanti nella vita…”.
Così, lei che da quasi cinquanta anni dipinge luoghi, il mare, le montagne, le foreste, ma anche le innumerevoli vedute di un giardino, il suo, perennemente trasfigurato, ora sembra come volgersi da quei luoghi alle persone che li animavano. Sempre sul filo della memoria ma con la voglia, verrebbe da dire, di un colloquio più diretto, non più mediato dai luoghi, ma da persona a persona, appunto. Tutto inizia nel 2006, in estate, quando, pensando a quanti l’hanno accompagnata nella vita, dipinge un grande ritratto di Franco Riccomini, giornalista d’arte e amico fin dagli anni della giovinezza. Una tela quadrata di un metro di lato con al centro il volto ovale di un giovane barbuto dallo sguardo intento, un po’ isolato in mezzo a un fondo rosso mattone assai denso. Una sciarpa a strisce colorate lo chiude all’altezza del collo e l’immagine, che è fortemente caratterizzata, sembra come sospesa a mezz’aria. Una sorta di evocazione, chiusa in una strana fissità. “Riccomini è stato il primo a recensire una mia mostra – commenta guardando quel ritratto in mezzo a tutti gli altri accumulati nel suo salotto-studio – così mi sono rifatta a una foto di quando era giovane, quando tornava dai suoi viaggi in Africa; mi piaceva ricordarlo così, com’era allora, felice e un po’ esotico per via di quelle avventure. Ero così giovane anch’io, in quegli anni ormai lontani …”. A quel ritratto si aggiunge quasi subito un’altra tela, più piccola, sempre quadrata: un gruppo di libri in riferimento all’attività di Riccomini. E si instaura una sorta di dialogo circolare tra la figura ritratta, il gruppo dei libri, come elemento simbolico aggiunto, terreno comune del pittore e del modello, e lei, l’autrice, che orienta il colloquio stabilendo chi ritrarre, come e accostandolo a cosa: ma determinando così anche la propria posizione in questa suggestiva installazione pittorica, una sorta di cerchio magico sospeso tra l’ieri e l’oggi, tra presenza e assenza. Dopo questo di Riccomini nasce, in due anni circa di lavoro serratissimo, una intera serie: ventotto ritratti tutti di uguale grandezza, accostati ognuno a altrettanti dipinti più piccoli, di uguale grandezza anche questi: dei complementi allusivi, poiché paesaggi, libri, fiori, monumenti o altro, dovrebbero indicare le qualità di colui che è ritratto, le sue “virtù”, e insieme il legame che questi ha con l’autrice. Segue infatti il ritratto di chi scrive, accostato a alcuni libri a lui cari, poi quello di Maria Pia Mannini, storica dell’arte e direttrice del museo civico pratese, accostata a un mazzo di rose, e quindi quello di Piero Nincheri, l’amico di una vita prematuramente scomparso, accostato a un albero viola sovrastato da una gran luna sfolgorante. Quindi Concetta Vazzana, altra amica e estimatrice della sua pittura, poi Tommaso Paloscia, Ronaldo Fiesoli, Don Billi. Poi Anna Sanesi e quindi la mamma ( ” le due persone che mi hanno fatto amare la pittura – dice ancora – che nel tempo mi hanno spinta a continuare: devo molto a tutte e due… La mamma poi era un po’ un’artista a suo modo, frequentava assiduamente il teatro e sembrava sapesse cosa avrebbe rappresentato la pittura per me negli anni a venire”). Seguono ancora Elvio Natali, Giuse Benignetti, Silvio Raffo, Stefano Benedetti, Savino Marseglia, Nicola Nuti, Francesco Mariani, Marcelle Ceccherini, Marco Ariani: i critici, gli estimatori appunto, gli amici della galleria “La Soffitta”, coloro che hanno in casa qualche suo dipinto, magari donato nel corso degli anni; gli amministratori persine, come Massimo Bellandi, a lungo assessore alla Cultura al Comune di Prato e promotore di una sua grande mostra a Palazzo Novellucci. L’intero mondo dell’arte insomma, della sua arte, che è stata sempre relazione, tra sé e gli altri e tra questi e altri ancora. Tutti giovani com’erano una volta, tutti dipinti con quella forte caratterizzazione un po’ espressionista, fatta di pennellate dense e di larghe stesure piatte, di campiture a contrasto. E tutti chiusi al collo da quella sorta di grandi sciarpe che sono anche il limite tra la caratterizzazione del volto (l’annoso problema della somiglianzà tra ritratto e ritrattato…), e l’aprirsi di quei grandi fondi colorati. Così come sono, formalmente almeno, l’elemento che introduce l’altra piccola tela “di colloquio”. “Ho pensato alla sciarpa – precisa ancora lei, con un pensiero involontariamente alla Beuys – perché è qualcosa come un abbraccio, un elemento che evoca calore: quello stesso calore che io ho avuto da tutte le persone qui ritratte e alle quali vorrei restituirne un po’…”. Ma che senso ha una intera galleria di ritratti per chi, come lei, si è occupata da sempre di paesaggi? “Avevo già fatto qualche ritratto, in periodi diversi, ma erano soprattutto disegni acquerellati su carta, quello di Piero Nincheri, per esempio, negli anni 70, che regalai a lui e che lui incorniciò, spostandolo poi nello studio a seconda dell’umore che aveva nei miei confronti… “Il primo grande dipinto a olio fu però il ritratto della figlia di un’amica, nel ’95 circa, un ritratto a figura intera con dei gerani sullo sfondo… Era una strana cosa ma fu apprezzato da molti… Non fu mai ritirato però e sono contenta di averlo ancora io… All’inizio era difficile fare delle figure, non ero abituata e dovetti ricorrere al sistema della quadrettatura, poi, pian piano, la mano si scioglie, tutto diventa più facile: la pittura è anche una pratica, lo sai bene…. “E quanto alla differenza tra paesaggi e ritratti, che dire? C’è una differenza di genere, è ovvio, ma le motivazioni sono le stesse: anche i paesaggi erano legati a precisi periodi della mia vita, erano legati a esperienze di felicità, come le persone … Il ritratto porta però più vicino a una persona, mentre lo dipingo è come se ci parlassi, come se spingessi quella persona a rivelarsi, a parlare con me… Adesso tutti i ritratti sono qui, in casa, e sono come delle presenze, amiche e familiari… Nicola Nuti ha scritto che sono i miei lari protettori, e in qualche modo è vero. “Ne avevo aggiunti altri due, i due priori di Vergaio, ma non facevano parte di questo gruppo e li ho già regalati alla chiesa. Mi mancano già. Devo dire che quando anche tutti questi altri non ci saranno più forse mi sentirò più sola ….”. E lo dice guardandosi attorno, come a rassicurarsi che ci siano ancora, tutti lì, tutti insieme a lei… L’interrogativo “Chi sei tu?” è da sempre alla base dell’atto stesso del ritrarre. E anche se, si dice, l’artista ritrae più se stesso che non il proprio modello, pure quel misterioso rapporto che sussiste tra il soggetto e la sua immagine continua a intrigare la ricerca figurativa anche contemporanea (E’ celebre la battuta di Picasso a proposito del ritratto di Gertrude Stein: “non le somiglia? Le somiglierà…”. Come è nota l’affermazione, quasi conseguente, di Sartre: “l’originale ha il primato ontologico. Ma si incarna e si cala nell’immagine”. Affermazione anticipata peraltro in infiniti casi letterari, dal Ritratto di Dorian Gray di Wilde al Ritratto ovale di Poe). Nada Nistri, con questo inedito ritratto del suo mondo dell’arte, opera un piccolo allargamento: tra l’uno e l’altro, pittore e modello, inserisce una sorta di terreno di scambio, un altro dipinto più piccolo, dove i due scendono a confronto, riconoscendosi, reciprocamente. Ma è anche il luogo, quello, dove la pittura si dichiara come tale. Come pittura – pittura. Ma, così facendo, pone un dubbio sulla natura (pittorica) del ritratto, che ontologicamente si sposta verso il soggetto. E quindi verso l’autore. Ne nasce una investigazione, allora, sul segno iconico e sul valore di analogo che il senso comune attribuisce a questo, ma anche sulla catena di segni di diversa natura, ritratto, paesaggio, autore, e sulla relazione che tra questi si instaura.
Che porta nel suo caso, a un’altra catena, quella reale delle relazioni affettive e di lavoro: che sono da sempre alla base del suo fare come qui si dimostra esemplarmente. Un risultato di acuta analisi dei mezzi pittorici, condotta come è sempre nel suo caso, per via di intuizione, un ragionamento sul fare che si compie nel fare stesso. Eccellenza dell’intuizione.

Gianni Pozzi

DIALOGHI SENZA PAROLE

Nada Nistri vive nella periferia di Prato in una casa ampia ma appena sufficiente a contenere le voci, i gesti, i volti, i ricordi di una vita. In quelle stanze, passato e presente si intrecciano e si confondono, depositando sulle tele dipinte una sorta di humus poetico. In questo senso le sue immagini sembrano sempre provenire dal profondo, emergere piano piano come accensioni di memoria, parentesi d’affetto in una chiacchierata tra amici. E davvero diresti che il colore così distribuito sottolinei gli umori, l’intensità dell’affabulazione, più che il corpo delle immagini. Dialoghi senza parole, dunque, tra persone che si vogliono o si sono volute bene, tra chi desidera ascoltare e scoprire, magari, i piccoli segreti che s’innervano nella variegata pelle della pittura. Paesaggi come ritratti e viceversa: questa biunivoca energia dispone sulla pagina gli elementi di un’unica avventura, quella dell’esistenza. L’appartato lavoro di Nada si dipana ben oltre l’orizzonte collinare che fa da scenario laggiù, oltre la balaustra fuori dalla finestra dello studio: montagne e fondali marini, sguardi e oggetti, forme che trasmigrano dal passato all’immediato futuro. Una specie di schedario immaginario dove tutto è a posto e niente in ordine. Nada ci accompagna ai piedi delle sue colline con il piacere tutto rivelato di farci partecipare al suo mondo con la semplicità dell’incontro amorevole, il passo sgombro da qualsivoglia esibizione o celebratività. Il colore ha bave di fusione fra terra e cielo, un’ orlatura di luminosità colorate che si spandono come sorgenti. I rari ospiti che salgono le scale della sua casa/studio nel raccolto e disadorno centro urbano di Vergaio, visitano in realtà la regione della creatività, un luogo dove il grigiore esistenziale cui costringono i tempi si dissolve alla luce di questi paesaggi dell’anima, poiché è qui che Nada Nistri ha messo a dimora le immagini nel cielo della propria fantasia. Qui è riuscita a farsi un nido, a darsi una plausibile incoerenza tra stupore e disincanto.I ritratti di amici, artisti e critici, dipinti su grandi tele riportando in ciascuno un paesaggio o un oggetto – simbolo, diventano sorta di immagini votive, di lari, quasi a proteggere, con lo sguardo e la loro silente presenza, un’ intima (dis)armonia. Una sciarpa, come un omaggio dal significato segreto, distingue i volti e, anzi, spartisce spazio e scena con queste apparizioni fisiognomiche. La sua pittura non è solo la rappresentazione di un “candore”: se la Nistri non ha soffocato la propria fanciullezza, sempre in doloroso conflitto, non rifiuta neppure l’esperienza di adulta che riesce a elaborare i fatti della vita. Per lei si tratta di suscitare un’esistenza che sia allo stesso tempo omologa e altra; non solo libera, ma lieve quel tanto da poter volare oltre la materia. Non sono, questi, appunti da diario che confortano solo la memoria di chi li tiene, ma è un’elaborazione che si oggettiva dinanzi al palcoscenico della collettività: questa è l’autenticità di Nada Nistri. E peccato per i compilatori di note critiche abituati a incasellare opere e artisti, a individuare discendenze e ascendenze e stilare graduatorie tra chi c’era e chi no, perché qui si tratta di pittura che si fa guardando e che resta meditando. Il suo sentimento pittorico scorre in un alveo di forbite eleganze cromatiche e di essenziali, primitive profilature, linee sensibili che scandiscono le forme in una sillabazione che potrebbe essere di fanciullo se non fosse proprio questa visione di mondo appena nato, un suo modo di afferrare climi e atmosfere rari, di sollecitare spaesamenti di età e di panorami che avvengono quando l’esperienza non ha profanato la serenità, la fiducia, la felicità dell’individuo. Nada Nistri ha lavorato per ricreare una vita tenera e incantata alle spietate evenienze contemporanee.

Nicola Nuti

PITTURA AL FEMMINILE

Quando io penso alle donne artiste che hanno segnato la storia della pittura dell’Ottocento pratese, Giulia Marini, Angiolina Guasti, Verdiana Bertini, vissute tra la Restaurazione e il Risorgimento, alle loro vite di donne silenziose che hanno dipinto nel chiuso delle loro stanze, alle loro storie tutte uguali, un concentrato di passione, di innocenza, di bellezza e di ideali, sento che c’è una costante con le donne di oggi come Nada. Nella sua pittura temprata e forte si sente lo stesso indomabile spirito, pur nel tocco fauve del colore puro. Dopo le sperimentazioni del passato, i paesaggi puri, le montagne innevate, i deli tersi, sperimenta ora il tema profondo del ritratto come altro da sé, ricerca di identità ma anche di sottili corrispondenze.il tempo della memoria è arrivato e, dotata com’è di un forte intuito al femminile, ha sentito che era il momento di circondarsi di affetti, delle persone di una vita, dei compagni di strada che hanno seguito passo passo la sua lunga carriera, una galleria di ritratti dell’anima per stabilire con essi un colloquio infinito e per testimoniare la sua indomabile voglia di dipingere, l’energia solare di un’ artista irregolare per amore del vero. Le persone di una vita, ricordi indelebili, frammenti di un caleidoscopio che mi fanno pensare ai celebri versi di Andre Breton: La mia donna dai capelli di brace/ Dai pensieri di lampi di colore/ Dalla vita di clessidra /La mia donna dalla vita di lontra tra i denti della tigre/La mia donna dalla bocca a coccarda e a bouquet di stelle (l’Union Libre}.

Maria Pia Mannini

MONTAGNE, SPECCHIO DELL’ANIMA

Me la ricordo “piroettare” nell’immediato dopoguerra, sugli autobus che il Cai organizzava la domenica per l’Abetone. Aveva i capelli biondissimi e una notevole carica emotiva: ora i capelli di Nada Nistri sono cinerei, per l’incalzare del tempo, ma le è rimasta quella carica dirompente che le consente di mantenere ed esternare il suo carattere tumultuoso che si concretizza in una simpatica estroversione che la distingue, al pari dei colori che, nel tempo, sono esplosi in ariose visioni di montagne, ora in fondali marini cosparsi di quelle che lei chiama “sirenette”, ora nelle distese floreali, per approdare, oggi, nei ritratti una sorta di omaggio a tutti coloro, critici, artisti e amici, che hanno accompagnato il suo cammino. Certo che a Nada non è mancato né il coraggio né la caparbietà nell’avviarsi nel cammino dell’arte, una voglia primaria di ritrovare paesaggio ed atmosfere, iniziata forse proprio in cima a quelle montagne innevate che amava e dove – come afferma lei stessa – si sentiva più libera. Occasione per soffermarci un attimo su questa prima passione che spesso l’ha portata a compiere anche coraggiose imprese (non prive di una certa dose di una giovanile incoscienza) e che del resto sono nella memoria di chi frequentava e frequenta le montagne. Come quando, da sola, con la guida Oscar, si avventurò a far roccia nel gruppo della Val Gardena, dal rifugio Cir attraverso il Cammino Adam spesso ostico anche ad esperti rocciatori; oppure quando raggiunse, insieme ad alcuni amici del Cai, la Punta Carima sulle insidiose Apuane, perdendosi nella notte in mezzo a notevoli rischi. Episodi che sottolineano i lati più singolari del suo carattere. Aveva comincialo a trent’anni a dipingere, dietro i consigli di Anna Sanesi la prima che le aveva regalato le matite per disegnare ma che non le risparmiava le critiche, sicuramente uno stimolo a far bene e cercare di migliorare in una disciplina che non aveva scelto per caso ma per vocazione: visto che le visioni na-turalistiche la affascinavano e la spingevano poi a fissarle, non solo nella memoria ma anche sulla carta e sulla tela. Le prime matite divengono pennelli, i primi tentativi (non poi tanto timidi visto il suo spiccato e simpatico autocompiacimento) divennero forme, distese cromatiche, atmosfere nell’intraprendere un cammino tutto in salita che l’avrebbe portata in quell’esiguo “pugno” di artiste pratesi che dovevano poi rappresentare un lungo scorcio oltre la meta del Novecento nel campo della pittura, molto tempo prima che la donna, appropriandosi di ogni settore della vita, desse il suo notevole contributo al crescere e proliferare delle arti figurative. In questo procedere, importante fu per la Nistri la frequentazione alla Scuola del Nudo fiorentina sotto la guida di Emanuele Cavalli: andava all’Accademia di Piazza San Marco, fresca di patente, con la sua prima “seicento” accompagnata da Ugo Sanesi che l’aiutava nelle “manovre difficili”. Intanto dalle collettive degli anni ’60 alla sua prima uscita alla galleria Vaccarino e le ripetute personali a “La Soffitta” di Sesto Fiorentino con tante presenze in spazi anche prestigiosi e i giudizi della critica toscana qualificata, da Benignetti a Pozzi, da Nuti a Paloscia fino a Bruno Gora, per citarne alcuni. Dalle spaziose montagne alle vagabonde chimere agli abissi profondi, dai velieri del sogno alle macro fantasie, per ritornare spesso sulle sue montagne, ancora e sempre, quelle che una volta ho definito “le vette di Nada” e che sono davvero il suo specchio dell’anima e primario oggetto della sua attenzione artistica. Questa rapida nota “pesca” abbondantemente nel ricordo e vuoi essere soprattutto un atto di amicizia verso una ragazza dai capelli biondi lucenti che scorrazzava sui monti e che oggi, nella quiete della sua casa di Vergaio invasa da tele, colori, quadri abbozzati, piante e mille altre cose, trova la sua principale ragione di esistere in una disciplina che, come afferma, sostituisce la famiglia che non ha avuto e che, forse non ha voluto, per mantenere l’indipendenza e l’estrosità del suo carattere. Fra i ritratti, oggi in mostra, c’è anche il mio: bontà sua mi ha lasciato i capelli e la barba nera ricordandomi com’ero al ritorno dei miei viaggi in Africa. Anche lei ha pescato nel ricordo. Auguri, Nada.

Franco Riccomini

VERGAIO, OLTRE BENIGNI

Per la cultura italiana Vergaio è sinonimo di Roberto Benigni, ma a poche centinaia di metri dalla casa paterna del celebre attore, vive da ottanta anni Nada Nistri. Per quasi tutti i pratesi si tratta di una sconosciuta o poco più, ma in chi ha la fortuna di averla incontrata, resterà sempre indelebile l’immagine di una donna ancora acerba, mai travolta dai patemi terreni grazie all’amore per l’arte. La vita assolutamente solitària che ha sempre condotto è compensata dalla consapevolezza di aver lasciato per sempre un ricordo indelebile in chi è salito nel suo studio: lì si capisce che Nada continua a vivere nei suoi boschi immortali, sulle sue montagne sempre imbiancate o in mezzo ai suoi amici fermati per sempre sulla tela come per un colloquio infinito. Ai pochi fortunati che non hanno fatto appassire le sue preziose rose, ecco il mio invito a ritrovarsi insieme in autunno a questa singolarissima mostra di ritratti: per ringraziare Nada Nistri dell’amore per l’arte, a cui ha dedicato una vita intera.

Riccardo Tempestini

Nota biografica

Nata a Prato nel 1927, Nada Nistri, nell’arco della sua lunghissima carriera, ha allestito una serie di mostre personali di grande rilievo e partecipato a numerosissime rassegne. Dalla presenza costante alla galleria ” La Soffitta “di Colonnata ( 1972, 1974, 1976, 1985, 1999 ) alla grande antologica di Palazzo Nove/lucci a Prato nel 1988; dalla mostra alla Citibank di Milano nel 1994, a Firenze, nella sede della Banca Popolare milanese, nel 1995, E poi ancora dalla mostra a Palazzo Datini a Prato nel 1996 alla sede romana della Banca Popolare milanese, nel 1997. Del 2000 è la grande mostra al Palazzo Ghibellino di Empoli e del 2002 quella invece alla galleria “Assioma” di Prato nell’ambito di una ricognizione sugli artisti pratesi del ‘900. Del 2005 è invece la grande mostra “Acque e nevi dell’anima”, promossa dal Comune di Prato nelle Antiche Stanze di Santa Caterina a cura di danni Pozzi e con una poesia di Silvio Raffo.

Nada Nistri

Tra le collettive andranno invece ricordate, dopo quella di Parigi, alla Chiesa di St.Leu-St. Gilles a Bagnolet nel 1985, quelle a Palazzo Strozzi di Firenze, “Un gesto una immagine”, nel 1992; alla Marconi School di New York e alla Frank V. De Bellis Collection di San Francisco tra ’96 e ’97. Ancora si può ricordare, nello stesso ’97, Arte Fiera a Bologna, la Citi fin di Torino, lo Studio D’Ars di Milano e la galleria “Nove colonne” di Trento nel ’98. Infine, la mostra al Cassero di Prato, “Sessanta artisti storici pratesi ” nel 2001 e la cartella realizzata in collaborazione con l’associazione culturale “II Laboratorio” di Prato e presentata al Museo Pece/ nello stesso 2001. Per una prima indicazione bibliografica, insieme alle tante presentazioni e recensioni, si veda: D. Carlesi, L’altra metà, Comune di Massarosa, 1994; T. Paloscia, Accadde in Toscana, voi. 3, Firenze, Polistampa, 1999 e F. Riccomini, Sessanta artisti storici del ‘900 a Prato, Prato, Studio Bibliografico Pratese, 2001.

 

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