406 – Midollini

 Midollini

 

06 Maggio 2012 – 31 Maggio 2012

Inaugurazione: Domenica 06 Maggio ore 10,30

SIRIO MIDOLLINI: DALLA PERIFERIA URBANA ALLE “TECHE DEL TEMPO”

Entrando nella mansarda, in cui Midollini lavorava quotidianamente da decenni, tutto era raccolto e tangibile e le opere alle pareti segnavano le tappe del suo percorso. ll grande murale materico della periferia intorno a|l’Affrico – qui esposto – era subito a destra; di fronte il pastore sardo con le forbici nel vello della pecora; il contadino con la sua luna di pane al tavolo nudo; di lato, a sinistra la grande opera raffigura, su fondo arcadico, due figure della sua gente (forse la piu bella in assoluto) e il quadro del nonno giardiniere con la giacca sulle spalle ed i secoli in cuore davanti alla villa padronale; poi le cascine rivisitate e, al grande armadio le piccole scenogralie polimateriche – ora qui in esposizione – in cui si muove l’uomo di sempre col suo destino (il suo naturale ed interrogativo andare nella selva della storia, fra l’alba ed il tramonto). Ho voluto descrivere, sommariamente, Ia visione di chi entrava nello studio di Midollini perché la sua produzione faceva parte di un tutto e di un quotidiano, mentre presa separatamente o a prima vista potrebbe apparire una pittura per temi, impegnata, realista. Tutto all’opposto. Come scrisse Alfonso Gatto, Midollini interpreto “un tempo che dubita di sé medesimo e ormai interroga le proprie figure”. Appunto, queste scenografie polimateriche, che potrebbero essere definite “teche della memoria” – pittosculture dell’ultima stagione de|l’artista in cui la sua sensibilita umana prende spessore e si ferma con vibrante naturalezza nella poesia dell’immagine. Nella loro elaborazione il primo momento é grafico, si da vita al fondale dai forti toni cromatici, e cio permette all’artista di trascrivere gli aspetti piu duttili ed interni del reale, poi nascono le teche a tre dimensioni, come per salvare il vissuto in icone. Ma non finisce qui, le teche sono sottoposte a un intervento manipolatorio con fili di pioggia metallici (una delle pittosculture piu belle), sovrapposizioni di nubi, soli sempre, in primo piano, l’uomo arcaico che ha vinto la morte, perché ha segnato e sognato la vita, questa vita. ln Midollini, questa capacita manipolatoria corona il lavoro precedente di collages, monotipi, retouchés, tecniche miste a conferma di una precisa abilita che da luogo ad un patrimonio versatile e complementare in un laboratorio d’artista di prima evidenza.

Qui scorrono allo sguardo gli interni, gli esterni delle cascine; le colline lavorate con i casolari sul culmine; gli uomini in primo piano accigliati ed assorti in un loro silenzio carico di insondabili rovelli e riflessioni sul senso del giorno e della vita; e poi gli attrezzi agricoli e gli animali di quell’arca che era la fattoria. Tutto é cosi vivo e netto, privo di qualsiasi gestualita naturalistica, di qualsiasi accentuazione verista, pur rimanendo nel solco di una chiara tradizione, da stupire l’osservatore, come di fronte ad un atto creativo nato dalla poesia ed a questa connaturato. E poi strutture di fabbriche, periferie sterpose stanno a documentare una presa di coscienza del tempo che muta, ma non cancella gli archetipi sentimentali e storici e la propria irremovibile identita. E l’artista stesso a rappresentarsi, alla lettera, nel fermo profilo degli avi, nei muri a secco del tempo, nelle mani ingenue delle donne, nel loro sguardo non domato dalla sorte contraria, sempre pronto alla muta domanda sul|’altro e sull’oltre; o nella dura presenza degli uomini, silenti e severi come tronchi di olivo; o inline nel rogo dei tramonti in cui la vita diveniva – sull’aia – un rito tribale, eternabile. E tutto questo traducendo la vibrante scansione del segno in una composi- zione di piani assai fusa, eppure nettamente evidenziata. Scrisse Giovanni Frullini: “Nella pittura di Midollini c’é soprattutto, ma direi esclusivamente, l’uomo. Anzi, in modo epigrammatico, credo si possa dire che nei suoi quadri,quando non vi é la presenza dell’uomo, si sente l’assenza dell’uomo. E questo vuole significare che, quando l’uomo non vi compare fisicamente, la sua presenza viene pero comunicata psicologicamente dalla rappresentazione di un suo habitat…”. E mai definizione fu piu esatta perché l’artista ha fermato in immagini le metamorfosi del paesaggio naturale modificato dall’uomo dove l’uomo stesso ne sia parte integrante. Si deve infatti notare come la serialita delle opere assuma il valore di un messaggio didascalico. Non a caso – ripeto – Alfonso Gatto parla di una “interrogazione” di figure di chi ha assistito all’incrinatura della Storia, alla fine del mondo contadino ma non del suo mito ed ha compiuto un sortilegio poetico, in un ultimo istante peraltro lungo decenni, salvando per sempre sulle tele e sulle carte, in queste teche della memoria, la presenza mutevole ma inalienabile dell’uomo insieme a se stesso.

Franco Manescalchi

 

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